Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224

Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224
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Il Fronte della Gioventù in Liguria

Un grande apporto al reclutamento di nuovi effettivi per le S.A.P. - giovani e giovanissimi - venne dato in tutte le provincie dagli aderenti al Fronte della Gioventù.
Il Fronte della Gioventù si era infatti molto sviluppato nei mesi di giugno e luglio (1944) pur non avendo ancora assunto quella larga base di massa che era necessaria per lo sviluppo dei suoi obbiettivi.
Eugenio Curiel fondatore del Fronte della Gioventù
Una lacuna non ancora colmata era - soprattutto - la sua scarsa estensione nelle campagne, difetto tanto più grave nelle provincie di Imperia e Savona dove la campagna aveva - più che nelle altre provincie - un certo peso nella vita sociale e politica cittadina.
I maggiori progressi del Fronte - sia dal punto della sua attività organizzativa che di propaganda - si erano avuti a Genova e Savona; meno buoni a La Spezia e Imperia.
A Genova e Savona i giovani si erano anche impegnati molto - con discreti risultati - nel lavoro militare, soprattutto in direzione dei contatti e della propaganda patriottica tra soldati; permanevano tuttavia molti difetti dal punto di vista dei legami tra giovani dei vari partiti politici con le conseguenti ripercussioni sulle iniziative unitarie.
In agosto, comunque, si poteva contare sulla presenza attiva di questa organizzazione - con una sua discreta vitalità e prestigio tra le masse giovanili - in tutte e quattro le provincie liguri.

I dirigenti del Fronte della Gioventù erano, in quel periodo:

- a La Spezia (mancano i nomi dell'agosto '44);
- a Genova Bruschi, Manstretta, Bertini e Cavagnaro;
- a Savona Francesco, Vigliecca, Peluffo;
- a Imperia Varaldo, Borea, Novaro e Zanetta.

Fonte: Cronache militari della Resistenza in Liguria vol.II° - Giorgio Gimelli
LE S.A.P. NELLE CITTA' LIGURI


L'esistenza di una organizzazione già collaudata come le Squadre di Difesa facilitò enormemente la formazione delle S.A.P.. Tuttavia a Genova vi fu una modifica rispetto alla impostazione formulata dalle direttive del C.V.L.: le Squadre d'Azione non ebbero subito una struttura unitaria richiesta ma vennero costituite su base partitica inserendosi nelle organizzazioni clandestine dei vari partiti della città.
Nello stesso mese di giugno (1944) - sulla base delle anticipazioni di Longo - si costituì a Genova il Comando S.A.P. Garibaldi che fu composto da:


  • Giuseppe Noberasco (Gustavo) comandante 
  • Dante Conte (Luigi) commissario
  • Franco Diodati vicecommissario
  • Gelasio Adamoli capo di Stato Maggiore
  • Fernando Pucci (Ettore) ufficiale di collegamento
Simili comandi di corrente vennero più tardi costituiti - per le S.A.P. - anche da altri partiti:
- Negrini (Giuseppe Ferrari) e Dani assunsero il Comando delle formazioni S.A.P. Giustizia e Libertà del Partito d'Azione.
- Aldo Podestà e Dante Storace ebbero il Comando delle S.A.P. Mazzini del Partito Repubblicano;
- Spirindione Gostizia (Prati) in Comando della S.A.P. Autonome organizzate dal Partito Liberale;
- Dante Bruzzone di quelle del P.S.I.U.P.;
- Pittaluga di quelle libertarie;
-Mario Galli di quelle del Partito democristiano.

Dato il rapido sviluppo di queste formazioni nel luglio e agosto 1944, il problema del loro inquadramento unitario venne affrontato con la creazione, in seno al Comando Regionale, della Sezione Mobilitazione e Squadre cittadine che ebbe appunto il compito di collegare insieme tutte le formazione preparandone l'unificazione.
La sezione fu composta da un rappresentante di ogni organizzazione armata cittadina.
Nel corso dell'estate e dell'autunno 1944 venne completata la struttura e adeguato l'addestramento delle S.A.P. genovesi, che risultarono schierate su 36 Brigate formate da 3-4 distaccamenti ognuna, a loro volta composti da 5 squadre di 5 uomini.
Il dispositivo agli inizi dell'inverno del '44 (in agosto-settembre, le Brigate SAP Garibaldi erano soltanto 19) risulterà il seguente:
  • 24 Brigate Garibaldi, organizzate e dirette del PCI
  • 2 Brigate Matteotti, organizzate e dirette dal PSIUP
  • 2 Brigate Mazzini, organizzate e dirette dal PRI
  • 1 Brigata Patria, organizzata e diretta dalla DC
  • 4 Brigate GL, organizzate e dirette dal Partito d'Azione
  • 2 Brigate Libertarie, organizzate e dirette dai gruppi Anarchici o Libertari (che si fecero rappresentare, nella Sezione Mobilitazione, dal PRI)
  • 1 Brigata Autonoma, organizzata e diretta dal PLI
A metà agosto, comunque, le S.A.P. più efficienti di officina e di zona erano - a Genova - un centinaio con circa 500 effettivi, rispetto ad un inquadramento di 425 con oltre 2.000 effettivi (ricavato evidentemente dalla trasformazione delle già esistenti Squadre di Difesa) sulla cui attività non era ancora possibile contare in modo preciso. (1)

Il primo ordine alle S.A.P. fu: un'arma ad ogni sapista; e l'esecuzione di quest'ordine significò ben presto il disarmo specialmente sui singoli militari germanici, fascisti e dell'esercito di Salò che venivano sorpresi dai sapisti appostati nelle zone più isolate della periferia.
Intensa fu subito anche l'attività di lancio e diffusione dei manifestini, delle scritte stradali e - in agosto - l'opera di contatto e di trasferimento in montagna dei soldati della MOnterosa e della S.Marco che manifestavano l'intenzione di disertare.
Dall'organizzazione delle squadre ricavò anche particolare impulso - in tutta la Regione - il Servizio Informazioni del C.M.R.U..
Anche a Savona la costituzione delle S.A.P. venne iniziata nel mese di giugno; l'impegno del movimento clandestino mise ben presto a disposizione del Comitato Militare provinciale e del Comando di Sottozona le seguenti informazioni cittadine:

  • Distaccamenti S.A.P. (forza iniziale 3 squadre di 5 uomini)
  1. Graziano
  2. Rambaldi
  3. Anselmo
  4. Tambuscio
  5. Antonini (con i quali venne formata la Brigata S.A.P. "C.Colombo" comandata da Armando Bixio)
  6. Gatti (zona di Villapiana)
  7. De salvo (zona Santuario)
  8. Secchi (zona Lavagnola) (con i quali venne formata la Brigata S.A.P. "F.Falco" che ebbe una forza complessiva iniziale di n. 54 effettivi).
Nel centro di Vado Ligure entrò in azione  - nel mese di luglio - u gruppo sapista che costituì il nucleo iniziale di una Brigata (Comandata da Carlo Aschero) i cui distaccamenti - vicini alla zona dell'entroterra - avrebbero più tardi operato come veri e propri reparti militari di montagna, costruendosi nelle colline della periferia basi e rifugi perfettamente mimetizzati.

Le prime azioni della S.A.P. di Savona furono costituite essenzialmente - in giugno e luglio - da operazioni di disarmo di militi della G.N.R. e di prelevamento di viveri e materiali necessari alle truppe di montagna.
Particolarmente efficiente fu in agosto la loro opera di propaganda diretta ai soldati della S.Marco, le scritte murali, la diffusione nelle fabbriche di opuscoli e di giornali clandestini, i lanci di volantini nei cinema e nelle strade principali della città.
Sino all'agosto del '44 le squadre patriottiche di Imperia avevano funzionato alle dirette dipendenze del "Triangolo insurrezionale" composto dal Comandante G.A.P. e dalle Squadre di Difesa, dal Comandante e dal Commissario politico delle formazioni di montagna. Poco numerose ma molto ardite avevano operato quasi sempre in concomitanza con il gruppo gappista.
Nella seconda quindicina di agosto il Comitato Unificato delle S.A.P. - nominato in luglio dal C.L.N. imperiese col compito di collegare tutte le organizzazioni militari clandestine di città - costituì il Comando S.A.P. affidandogli il compito di inquadrare militarmente i reparti patriottici cittadini della estrema riviera di ponente.

Vennero così costituite le Brigate S.A.P.  "Walter Berio" - dislocata ad Oneglia su 9 distaccamenti - e la Brigata "L. Acquarone" - dislocata a Porto Maurizio su 5 distaccamenti.
Due altre Brigate S.A.P. vennero, pressochè contemporaneamente, costituite a San Remo (su 5 distaccamenti) e a Diano Marina.
Le quattro formazioni, completate da diversi distaccamenti autonomi organizzati in alcuni paesi del fondo valle e in alcuni centri del litorale, formarono - alla fine di agosto - la Divisione S.A.P. "G.M. Serrati" il cui comando fu assunto da Ilo Martini (Rolando) comandante, Carlo Aliprandi (Lungo) commissario, Amilcare Ciccione per il Comitato Unificato, Morono Lino (Labò) addetto ai collegamenti, Carlino Carlini (Andrea) con funzioni di capo di Stato Maggiore.
Il funzionamento delle squadre dipendenti della Divisione "Serrati" si orientò con positivi risultati (anche durante la fase di inquadramento) su 3 attività fondamentali:

a) organizzazione di un servizio informativo diretto a conoscere a fondo l'attività in campo nemico;
b) condotta di operazioni di disarmo;
c) organizzazione di un servizio di prelievo di fondi, vestiario e viveri a favore delle formazioni di montagna.

(1) Cfr. Relazione del T.I. del 16-8-44
LA CASA DELLO STUDENTE DI GENOVA

Comandata da SIGFRIED ENGEL(1), ufficiale effettivo dell'S.D. e membro superiore della Scuola SS in Italia, dal quale dipendevano anche i Comandi SS di Savona, Imperia, Spezia e Novi Ligure, la Casa dello Studente era suddivisa, già nell'aprile del 1944, in tre reparti principali:

  • S.D. 3 (addetto allo spionaggio industriale e commerciale)
  • S.D. 4 e 5 (addetti al movimento partigiano, ebrei, clero, comunisti, ecc.)
  • S.D. 6 (spionaggio militare)
Il reparto 3 era agli ordini del Maggiore NEUMANN dal quale dipendevano il maresciallo ERNEST HERTEL addetto alla censura della stampa, il tenente MAX BAUER, l'interprete maresciallo BRUCKNER addetto al collegamento con gli informatori del settore industria e commercio, il sergente GASSER dattilografo con mansioni di segretario.

I reparti 4 e 5  dipendevano dal tenente OTTO KASS ed erano suddivisi nei seguenti uffici:


  1. ufficio contro-spionaggio, diretto dal maresciallo (poi tenente) WERNER SIMSEN dal quale dipendevano i marescialli OTTO ABT e G. SCHOLZ e gli interpreti UNTERPERTINGER e ANNA SODIAN; era stato questo ufficio a condurre, nel marzo 1944, le indagini che avevano portato alla scoperta dell'organizzazione OTTO(2) e all'arresto del Prof. Balduzzi e dei suoi collaboratori.
  2. ufficio antiribelli, comandato dal meresciallo G. PETERS e composto dal maresciallo G.FRONTUL, dal tenente CRONER della G.N.R. e dai sottufficiali (anch'essi G.N.R.) RADOSSI, DE ROMEDIS e CAPONE.
  3. ufficio ebrei, composto dal Maresciallo JANNICHE, dall'interprete UNGERER e dal barone VON SLAZER, i quali disponevano di numerosi informatori civili; a questo ufficio era dovuta l'introduzione alla Casa dello Studente del nuovo sistema di tortura mediante scariche elettriche provocate da un telefono da campo italiano mod.36.
  4. ufficio comunisti, diretto dal maresciallo GUGG coadiuvato dall'interprete SOTTOPERRA.
  5. ufficio spionaggio cittadino e arresti in genere, comandato dal tenente SCHLEISLER e dal maresciallo H. SCHNEIDER.
  6. ufficio criminale, competente in operazioni si sequestro e requisizione di preziosi, materiali vari e generi alimentari; ne facevano parte il maresciallo HELMER, il maresciallo KAHLEMBERG e gli interpreti, sottufficiali ATZWANGER, NICOLETTI, FALUNGIANI.
  7. carcere, cioè la IVª Sezione del carcere di Marassi comandata dal maresciallo E. POICKERT coadiuvato dal maresciallo LASSNER e dall'interprete E. LUZZATO; essi curavano anche i trasferimenti dei detenuti politici dal carcere ai campi di concentramento.
Dai reparti 4 e 5 del tenente Kass dipendeva anche la compilazione degli elenchi di cittadini da fucilare per rappresaglia e l'assegnazione ai campi di concentramento di 1ª, 2ª e 3ª categoria. Tra i collaboratori di questo ufficiale vengono segnalati il tenente di Marina germanica REIMERS, comandante del reparto di stanza a Portofino (indicato quale autore materiale di eccidi e torture), il maggiore ZANNESE della G.N.R. (al quale viene attribuita l'iniziativa dell'arresto e della deportazione in Germania dei Carabinieri della Legione di Genova), il maggiore LODI, anch'egli della G.N.R. e il console GRASSINI, poi vice Federale della Federazione genovese del P.F.R.
Il reparto 6 era comandato dal tenente MICKELSEN, di Amburgo, che operava alle dipendenze del Comando di Verona, a contatto con WOLFF, capo dell'S.D. 6 in Italia.
L'attività del reparto consisteva particolarmente nell'invio di agenti in territorio occupato dagli Alleati, sia in Italia che in Francia. Il reparto curò anche la preparazione di un centro di spionaggio da lasciare in Liguria nel caso di ritirata delle truppe germaniche.
L'incarico dell'ingaggio di agenti R.T. e informatori (che prima dell'impiego venivano inviati alla scuola di addestramento di Rovereto) era affidato al tenente RITNER e all'interprete sottufficiale MAX WUNDERLICH; il collegamento con l'ABWER 1° avveniva tramite FRANZ BERTOLLI.
In modo autonomo, con propri informatori civili, funzionava invece l'Ufficio regionale della GESTAPO (situato in Via Assarotti a Genova) che era comandato, nell'aprile 1944, dal maggiore WERNER.

(1) Friedrich Wilhelm Konrad Siegfried Engel conosciuto come "Il Boia di Genova" (Warnau an der Havel, 11 febbraio 1909 – Amburgo, 4 febbraio 2006) è stato un militare tedesco condannato all'ergastolo in contumacia per la Strage della Benedicta (147 fucilati), per la Strage del Turchino (59 fucilati), per la Strage di Portofino (22 fucilati) nel 1944 e per la Strage di Cravasco, nei pressi di Campomorone (20 fucilati) nel 1945.
(2) L’Organizzazione “Otto”, fondata e diretta dal professor Ottorino Balduzzi, Primario dell’Ospedale San Martino di Genova, fu tra i primi gruppi in attività dopo l’8 settembre 1943. Lo scopo primario della sua attività fu quello di stabilire i primi contatti con gli alleati allo scopo di ottenere aiuti concreti in armi e munizioni per i movimenti partigiani.

FONTE: Cronache militari della Resistenza in Liguria vol.II° autore Giorgio Gimelli

DIVISIONE “MINGO”
ORGANIGRAMMA E ARMAMENTO DEI DISTACCAMENTI DELLE BRIGATE

  •  Brigata “Buranello”, su 5 distaccamenti:

1° distaccamento “Calcagno”
comandante “Cino”, intendente “Gigio”, armaiolo “Villi”, staffetta “Robinson” e
“Battagliero”. 4 squadre di fucilieri (fucili mitragliatori), 1 squadra comando, 1
squadra guastatori;

2° distaccamento “Criscione”
comandante “Milena”, commissario “Leno”, intendente “Faro”, addetto “Eolo”,
furiere “Clark”, staffetta “Uragano”. 4 squadre fucilieri (mitragliatori), 1 squadra
comando, una squadra mitraglieri (su due breda 37);
distaccamento mortai
composto da 1 squadra comando, quattro squadre mortai (da 81 mm.), una
squadra mitraglieri (su due armi);
distaccamento bazookas
composto da 1 squadra comando e quattro squadre (ogni squadra armata di un
bazooka e di due armi automatiche);
distaccamento mitraglieri
con una squadra comando e tre squadre con una mitraglia pesante per ogni
squadra;

servizi:
infermeria, responsabile “Luciano”
trasporti, responsabile “Miter”
reclutamento, responsabile “Mirko” (Bastian)
La brigata dispone anche di una “pattuglia volante” (formata da “Baruccia”,
“Gutu”, “Bagin” e “Pistin”) e di un servizio di vigilanza speciale comandato da
“Gino”.


  • Brigata “Oliveri”, su 5 distaccamenti di cui uno volante

1° distaccamento:
comandante “Ro” Umberto Frantone, commissario “Bono” Cesare Chiappino,
intendente “Sole” Roberto Gandini, disposto su tre squadre comandate
rispettivamente da “Verdi” Mario Oddone, “Dino” Giuseppe Fossati e “Geo”
Franco Alpa;

2° distaccamento:
comandante “Domingo” Aldo Muià, commissario “Tom” Francesco Scarso,
intendente “Carcof” Mario Per fumo, disposto su tre squadre comandate
rispettivamente da “Pippo Roberto Icardi, “Caramba” Mario Armi e “Pace”
Giacomo Vassallo;

3° distaccamento:
comandante “Sergio” Santino Otria, commissario “Bob” Mario Peverati,
intendente “Nikel”, disposto su tre squadre comandate rispettivamente da “Marte
Pietro carosio, “Ferro” Ernesto Arnuzzo e “Cervo” Alessandro Badino;

4° distaccamento:
comandante “Paoletto” Paolo Sartore, commissario “Pila” Pietro Re, intendente
“Micio” Emilio Parodi, disposto su tre squadre comandate rispettivamente da
“Ciapaiev” Luigi Campora, “Mela” Mario Camera e “Tigre” Giovanni Galliano;
distaccamento volante, comandante “Spartaco” Spartaco Cartei, commissario
“Binda” Giuseppe Chiappino, disposto su tre squadre comandate da “Franz” Eligio
Venditti, “Ilio” Ilio Parrà e “Speranza” Angelo Alloisio.

Il servizio sanitario della formazione si basa su prestazioni volontarie e gratuite di
sanitari che vivono nella zona di dislocazione della brigata.


  • Brigata “E.Vecchia”, su tre battaglioni denominati:

Battaglione “Drago”:
con due sezioni di cannoni da 75/13 (4 pezzi) tre sezioni di mortai da 81 mm. (3
armi ogni sezione);

Battaglione “Folgore”:
con reparti fucilieri e bazookas;

Battaglione “Pippo Michele”:
Con reparti fucilieri e mitraglieri;

Distaccamento “Notte”:
dislocato a Croce di Grino.


  • Brigata “Pio”,su 7 distaccamenti:


Distaccamento “Fratelli Cassano”;
Distaccamento “Fratelli Dellepiane”;
Distaccamento “Dedè”;
Distaccamento “Campora”;
Distaccamento “Cavenna”
Distaccamento “Trucco”
Distaccamento “Martinetti”

I reparti sono disposti su 3-5 squadre ciascuno di fucilieri (mitragliatori),
mitraglieri, bazookas e squadre volanti con armi automatiche leggere.

La formazione ha un suo servizio sanitario.


  • Brigata “Macchi”, su 3 battaglioni:

Battaglione “Gonella”
Su 5 distaccamenti con squadre fucilieri, mitraglieri, bazookas e squadre volanti;

Battaglione “Chiodi”
Inquadrato su 3 distaccamenti con squadre come quelle del btg. “Gonella”;

Battaglione “Martinetti”
Su 5 distaccamenti con squadre come i precedenti:

Il sevizio sanitario della brigata si appoggia anch’esso a sanitari che vivono nella
zona partigiana e che offrono volontariamente e gratuitamente l’opera.

IL RASTRELLAMENTO DI 
OLBICELLA, MOLARE
E PIANCASTAGNA

Albergo Talin sede del comando partigiano
L'operazione di rastrellamento venne condotta dalle milizie tedesche attraverso due direttrici: la prima dalla strada Molare – Olbicella e l'altra dalle strada Acqui Terme – Piancastagna – Sassello.
Il 10 ottobre 1944 alle cinque del mattino le vedette appostate sulle alture di Madonna delle Rocche diedero l'allarme: una ventina di automezzi, all'interno di ognuno dei quali circa una trentina di soldati armati sino ai denti, stava attraversando la frazione. La figlia di Abele de Guz (il custode della Diga di Molare) prese la bicicletta e si precipitò in Loc. Binelle ad avvertire la squadra di partigiani appostata con la mitragliatrice Breda 37. Vennero accese le micce delle mine posizionate sul selciato stradale poco a monte di Loc. Marciazza. Non esplosero perchè “Gabriele”, capitano del Genio ed incaricato di predisporre l'esplosivo, era in realtà un S.S. tedesco, infiltrato tra i Partigiani. Le truppe tedesche arrivarono indisturbate al passo delle Binelle. Qui la mitragliatrice Breda 37 aprì il fuoco sulla colonna in avvicinamento che ebbe numerose perdite. Dopo pochi minuti di fuoco serrato la mitragliatrice fu danneggiata e i tre Partigiani appostati fuggirono guadando il fiume. La colonna tedesca proseguì lentamente verso Olbicella dove risiedeva il comando operativo dei partigiani. Poco dopo l'agguato delle Binelle i tedeschi si scontrarono frontalmente con una corriera proveniente da Olbicella piena di partigiani (una quarantina). La sorpresa fu reciproca: i partigiani si aspettavano infatti una colonna tedesca decimata dalle mine e dalla mitragliatrice mentre i tedeschi erano ancora provati dalla precedente imboscata ma non certo decimati. Purtroppo i numeri giocarono un ruolo fondamentale nello scontro ove perirono sei partigiani. Giovanni Villa detto “Pancho” medaglia d'argento, riuscì correndo per i boschi a precedere l'arrivo dei tedeschi ad Olbicella e ad avvertire i compagni che si appostarono concitatamente per la battaglia. “Pino” fu il primo ad Olbicella ad aprire il fuoco contro le truppe. Una seconda colonna di tedeschi era in arrivo da Tiglieto e fu attaccata all'altezza del Rio Olbicella (Pian del Fo') da due partigiani: “D'Artagnan” e “Piccolo”. Quest'ultimi furono colpiti mortalmente dopo alcuni minuti di furiosa lotta.
Frattanto “Pancho”, “Oscar”, “Ruggero”, “Febo”, “Pulce”, “Piccio”, “Aria” ed un soldato
disertore della San Marco unitosi da poco trai partigiani, ripiegarono sulle alture di Olbicella.
Dopo un'ora di appostamento i tedeschi iniziarono a battere con il fuoco tutta l'area. “Oscar”,
Giovanni Villa "Pancho"
“Ruggero” e “Febo” riuscirono miracolosamente a fuggire, ma per altri sette non ci fu nulla da fare: furono presi i condotti alla chiesa di Olbicella. Qui la località molarese visse le ore più cupe della storia conosciuta. Molte case furono bruciate come ritorsione verso i contadini colpevoli di aver aiutato i partigiani. Alle 17 i sette prigionieri furono messi al muro nella piccola piazzetta tra la chiesa ed l'Albergo Talin. Il plotone ormai pronto al fuoco fu fermato dall'arrivo di una vettura di un alto ufficiale tedesco. I compagni di riebbero quasi sperando nella deportazione nei campi di prigionia. Ma quando da un camion un soldato tedesco uscì con in mano una serie di corde il pensiero più atroce affiorò prepotente nelle menti dei poveretti. “Aria” il più giovane (soli 16 anni) fu preso da parte, condotto dietro la chiesa, e barbaramente pestato a sangue. Poi,sanguinante, e non in grado di reggersi in piedi, fu condotto di peso alla piazzetta e fu costretto ad assistere all'esecuzione. I tedeschi obbligarono i sei partigiani di mettersi il cappio al collo.
Stele dedicata ai caduti della Div. Mingo
“Pancho” si rifiutò e sputò in faccia al suo boia mentre questi gli metteva la corda al collo. Il tedesco furente diede un calcio allo sgabello poi col calcio del fucile vibrò un tremendo colpo sul volto del giustiziato staccandogli la mascella. L'indomani il padre di “Pancho” riconobbe il figlio dalla divisa. Si racconta che una donna, colpevole di aver soccorso un partigiano, fu costretta a dare un calcio ad uno degli sgabelli che sorreggeva la vita del partigiano.
Alla sera l'autocolonna tedesca lasciò il paese in fiamme con i sei corpi ancora appesi agli alberi.
Sulla strada del ritorno i tedeschi registrarono ancora vittime a causa di una mitragliatrice appostata sulle alture. “Aria” (alias Mario Ghiglione) fu condotto più morto che vivo nella prigione di Silvano d'Orba.
La notte calò finalmente su quella terribile giornata. Ma la battaglia di Olbicella fu solo la metà di ciò che quel medesimo giorno accadde nell'alta Valle Orba. Pochi chilometri ad Ovest infatti, a Piancastagna, si consumò il tragico ed eroico epilogo del “Capitano Mingo”.
Al partigiano “Aria”, venne conferita, in occasione del 60° anniversario della Liberazione, dal
Consiglio Comunale di Castelletto d'Orba, la cittadinanza onoraria “Per aver combattuto giovanissimo nelle formazioni partigiane operanti nelle nostre valli, a difesa dei valori della libertà, della democrazia e della convivenza tra i popoli, restando esemplarmente fedele in questi sessanta anni ai principi etici e morali della Resistenza ”.


DIVISIONE "MINGO"
Organigramma di divisione

Comando
Comandante:                  “Boro” Grga Cupic
Commissario:                 “Ruggero” Oscar Barillari
Vicecomandante:            “Bianco” Manlio Cavarreta
Vicecommissario:           “Sergio” Dino Zulnetti
Capo di S.M.:                 “Simba” Paolo Casetti
Resp. SIP:                       “Bruno” Francesco Rivara
Intendente:                      “Roberto” Mario Barillari
Vice Intendente:              “Fernando” Angelo Lasagna
Ispett. di divisione:         “Giacomo” Mario Gazzotti
Uff. stampa propaganda: “Berto” Don Bartolomeo Ferrari
Settore operativo
3° settore operativo della VI Zona operativa ligure delimitato a nord dal margine più meridionale della provincia di Alessandria; a sud dal tratto di Via Aurelia da Sampierdarena a Varazze; ad ovest dal mare all’altezza di Varazze sino a Castelferro di Predosa; a est dalla statale 35 da Sampierdarena a Capriata d’Orba.
L’unità gravita sulla città di Genova: la ragione dell’estensione del suo settore ai margini meridionali della provincia di Alessandria è più di carattere logistico che operativo.
Unità partigiane
50

Brigata “Buranello” 
Comandante:                  “Bruno” Clemente Delfino
Commissario:                 “Neo” Francesco Sacco
Vicecomandante:           “Cino” Antonio Morittu
Vicecommissario:          “Bianchi” Davide Caviglia
Capo di S.M.:                “Gigi” Elio Zunino
Intendente:                     “Albanio”
Furiere:                          “Basco”
Addetti al comando:      “Roberto”
SIM, resp:                      “Minos”
SIP, resp.:                      “Felix”
Staffette:                        “Mario”, “Renzo”, “Risoluto”
Settore operativo
Zona di Urbe, prov. Di Savona, a cavallo dell’alto corso del torrente Orba, delimitata: - ad ovest, dalla rotabile Sassello- Acqui fino all’altezza del monte Acuto (quota 551); - ad est, dalla rotabile Voltri-
Passo del Turchino- Ovada (alto e medio corso del torrente Stura); - a sud, dal tratto della via Aurelia da Sestri Ponente a Cogoleto compresi; - a nord, dalla rotabile Sassello- Palo-Olba-Urbe-Martina d’Olba-Acquabuona-Badia- Tiglieto-Rossiglione
Unità partigiane 
300

Brigata “Oliveri” 
Comandante:            “Lux” Alfonso Vigano
Commissario:            “Tullin” Raffaele Marchese
Vicecomandante:      “Micco” Carlo Gandini
Vicecommissario:      “Piero” Paolo Badino

Capo di S.M.:            “Cirano” Giannino Monti
Addetto al comando:  “Mimmo” Enzo Elaiopoli
SIM, resp.:                 “Ares” Livio Gandini
SIP, resp.:                  “Lino” Ottavio Scagliola
Intendente:                 “Lepre” Santo Minetto
Uff. stampa:                “Aurelio” Alfredo Capeggi
Zona operativa

Zona delimitata ad ovest dalla riva orientale del torrente Stanavazzo e ad est dalla riva occidentale del corso medio del torrente Orba; a sud dal tratto di rotabile Cremolino-Ovada e a nord dalla congiungente Castelferro di Predosa
Unità partigiane
190


Brigata Patria “E.Vecchia” 
Comandante:            “Vanni” G.B. Vanni
Commissario:           “Augusto” Augusto Cavallero
Vicecomandante:      “Ugo” Ugo Dettari
Vicecommissario:     “Moro” Bruno Maffi
Capo di S.M.:           “Mingo” Domenico Buscaglia
SIP, resp.:                 “Scopola”
Intendente:                “Bibi”
Zona operativa
Delimitata ad ovest dal limite occidentale del 3° settore operativo divisionale; a est dalla riva
occidentale del torrente Orba e dalla rotabile Olbicella-Molare-Cremolino; a sud, dal tratto di via Aurelia tra Cogoleto e Varazze compresa, a nord, dall’allineamento meridionale Cremolino-Ovada
Unità partigiane
200

Brigata “Pio” 
Comandante:           “Arrigo” Alessio Franzone
Commissario:          “Fer” Fernando Mori
Vicecomandante:     “Spitfire” Pierino Rebichesu
Vicecommissario:    “Arturo” Giuseppe Gallinotti
Capo di S.M.:          “Tosi” Vito Ciulla
Settore operativo
A cavallo della rotabile Gavi Ligure- Voltaggio-bivio per Castagnola-Vallecalda-Pieve-Borgofornari-Ponte S.Giorgio-Molini di Voltaggio-Passo della Bocchetta. A cavallo della statale n°35 nel tratto Ge-Sampierdarena-Pontedecimo-bivio a nord ovest per Campomorone-Langasco-Pietralavezzara-Migliarina bivio a nord est per Mignanego-i Giovi-Passo dei Giovi-Busalla-Isola del Cantone-Ronco Scrivia-Creverina-Pietrbissara (alto corso del Polcevera e del torrente Scrivia)
Unità partigiane
200

Brigata “Macchi” 
Comandante:           “Nembo” Rinaldo Perasso
Commissario:          “Guerrin” Guerrino Pecoraia
Vicecomandante:     “Eros” Edilio Traverso
Vicecommissario:    “Alba” Franco Massarello
Capo di S.M.:          “Nilo” Giovanni Secondino
Settore operativo
A nord e a sud della congiungente Ovada-Gavi Ligure, comprendente le seguenti principali località: Tagliolo Monferrato, Belforte, Lerma,Casaleggio Boiro, Moruche, Parodi Ligure, Bosio, Gavi Ligure, S.Cristoforo, Castelletto d’Orba, Montaldeo, Silvano d’Orba, Capriata d’Orba (corso medio del torrente Lemme e del torrente Orba, riva orientale)
Unità partigiane
330


Dislocazione distaccamenti partigiani 
alla Benedicta 
(dicembre 1943-aprile 1944)

IIIª Brigata Garibaldi "Liguria"
1° distaccamento Cascina Menta
2° distaccamento Cascina Nuova
3° distaccamento Cascina Poggio
4° distaccamento Cascina Palazzo
5° distaccamento Cascina Grilla
6° distaccamento Cascina Cornagetta
7° distaccamento Cascina Tugello
8° distaccamento Cascina Lombardo

Brigata Autonoma "Alessandria"
Cascina Roverno

LA BRIGATA VOLANTE BALILLA

La storia della Brigata Balilla ha inizio subito dopo l’8 settembre 1943, quando un gruppo di giovani di Bolzaneto costituì un GAP (Gruppo di Azione Patriottica) che per molti mesi fu una vera e propria spina del fianco degli occupanti tedeschi e dei repubblichini, con azioni di propaganda, sabotaggio della linea ferroviaria Genova/Milano e delle linee di alta tensione, liberazione di patrioti da caserme ed ospedali dove erano feriti.
Angelo Scala "Battista" con Don Berto
Nel luglio del 1944 la permanenza in Val Polcevera divenne troppo pericolosa, per cui decisero di prendere la via dei monti, sotto la guida di “Battista” (Angelo Scala), per unirsi alle formazioni partigiane della Divisone Cichero, comandata da “Bisagno” (Aldo Gastaldi).
Il loro arrivo in montagna, come distaccamento “Balilla Grillotti” (dal nome di un patriota caduto) coincise col rastrellamento dell’agosto 1944, dove combatterono alla Cappella di Cardenosa, Barbagelata, Casoni di Vallescura, Cabanne di Rezzoaglio, dove ottennero persino il passaggio nei partigiani di alcune decine di alpini della Monterosa, Clavarezza, San Clemente, Crocefieschi.
Dimostrato così il loro valore, nel dicembre 1944, Bisagno diede loro il compito di operare nei monti fra la Val Bisagno e la Val Polcevera, con principale punto di raccolta a Sella di Montoggio (essendo un distaccamento d’assalto non aveva una sede fissa).
Con la base nei monti, il distaccamento “Balilla” operava con quotidiane azioni nel fondovalle e nei comuni della cintura, grazie alla collaborazione dei contadini dei monti, di cui aveva saputo conquistare stima e fiducia, e l’appoggio degli abitanti della città, che vedevano in loro il riscatto della Patria dalla dittatura e dallo straniero; in tal modo contribuiva alla disorganizzazione delle forze di occupazione, mantenendole costantemente nel timore di improvvise azioni partigiane; in seguito a queste prove di valore, il 25 febbraio “Bisagno” promosse “Battista” al grado di Comandante di Brigata con questa motivazione: “Comandante di una formazione speciale, spinta come punta avanzata della “Cichero” nei sobborghi stessi di Genova, con ponderata audacia riusciva ad infliggere sensibili colpi al nemico, suscitando nella popolazione simpatia ed entusiasmo per la causa Garibaldina. Chiaro esempio di valore e, soprattutto, di ciò che può anche una piccola formazione quando è disciplinata ed audacemente diretta”. In tal modo il distaccamento divenne la Brigata d’assalto Balilla, quotidianamente protagonista di innumerevoli azioni, ora volte anche a tutelare impianti e stabilimenti dalla distruzione tedesca.
Il 14 aprile una colonna di circa 100 tedeschi attaccò Case Sella, fu respinta con gravissime perdite, ma nel combattimento caddero il vice comandante “Luci” (Luciano Zamperini) e “Lino” (Ezio Faggioni).
Partigiani della Balilla al centro Angelo Scala "Battista"
La Brigata Balilla fu la prima formazione partigiana di montagna ad entrare in Genova durante l’insurrezione del 23/25 aprile, contribuendo alla liberazione della Val Polcevera e di Sampierdarena.
I vari distaccamenti scesero convergendo da varie località: il N. 3 entrò in Bolzaneto all’alba del 24, il n. 1 da Sella, attraverso Busalletta, Sant’Olcese e Manesseno, arrivò a Morigallo nel pomeriggio, attaccando il comando piazza tedesco, il numero 2 da Sella per la costa di Creto, Torrazza e Costa di Pino, dove mise in fuga un presidio repubblichino, arrivò in serata a Morigallo, dove contemporaneamente arrivava anche il n. 4 da Crocetta d’Orero e Pedemonte e poco dopo il n. 5 da Molini di Voltaggio, Passo della Bocchetta, Ceranesi, Livellato e san Biagio: in questo modo il comando piazza tedesco si arrese, con 130 prigionieri, compreso il comandante; il 26 aprile viene costretto alla resa anche una forte colonna tedesca, asserragliata nella camionale.
Battista fu insignito della Bronze Star inglese con la seguente motivazione: “for heroic achievement in connection with military operation against the enemy from 1 March to 2 may 1945. As Commander of the Brigade Balilla of the Italian Partisan movement, Angelo Scala, despite the lack of arms and equipment, continually harassed the enemy by constant acts of sabotage and attacks on convoys and troops. Demonstrating amazing ingenuity and skill, combined with unswerving loyalty and heroism in effecting the plans of Allied Commanders, he utilised the facilities at his disposal to the maximum advantage of the Allied Forces.  The praiseworthy contribution of Angelo Scala and his organization, to his country and the allied cause are in keeping with the highest tradition of freedom loving people”.   Sulla sua tomba nel cimitero di Bolzaneto è scritto: “se vuoi sapere cosa significò Partigiano, per coraggio e coscienza contro il terrore nazifascista, questo è un Partigiano. Più delle sue imprese gappiste, più del suo grado di Comandante della Brigata Balilla, che operò su questi monti e vie familiari come forza popolare di libertà, più della Bronze Star, della Medaglia d’argento al Valor Militare, della promozione sul campo, vale il semplice nome “Battista”, la fermezza delle poche parole, l’esempio non sminuito dal passare di non facili anni, finché si ricongiunse qui ai suoi compagni. Angelo Scala 1908-1974 “Battista” 

FONTE http://www.pierostagno.it
ECCIDIO DI CRAVASCO
Quale rappresaglia per l'uccisione di nove tedeschi - caduti il 22 Marzo a Cravasco in uno scontro coi partigiani della Brigata "Balilla" al comando di "Battista" (Angelo Scala) - la notte del 23 Marzo i nazifascisti prelevarono da Marassi 20 detenuti politici e, caricatili ammanettati su di un autocarro, li trasportarono a Isoverde. Lungo il tragitto due prigionieri riuscirono a fuggire. Gli altri diciotto vennero avviati a piedi sino a Cravasco dove, nelle vicinanze del cimitero, furono fucilati. Il partigiano Arrigo Franco Diodati "Franco", colpito con gli altri compagni, riuscì miracolosamente a salvarsi.
I Martiri di Cravasco

La documentazione su questo tragico evento conservata presso l'Istituto per la Storia della Resistenza di Genova, risulta particolarmente abbondante e di grande valore, perché arricchita, caso eccezionale, dalla testimonianza di un sopravvissuto, che ha ricostruito l'accaduto sia allora, sia in commemorazioni successive nel corso degli anni, sia in un'intervista del 1995 il cui testo si trova presso l'archivio dell'Istituto.Come detto in precedenza, uno scontro a fuoco avvenuto il 22 marzo 1945 tra una decina di partigiani della brigata volante "Balilla", esperti in tattiche di guerriglia, e nove tedeschi, caduti nell'imboscata, si concluse con la sconfitta e la morte di questi ultimi. Nonostante questo fosse un episodio di guerra, e nonostante la direttiva dell'Obergruppenfuehrer Karl Wolf, emanata dieci giorni prima, in cui si ordinava, essendo ormai evidente l'approssimarsi della fine del conflitto, di astenersi dal compiere stragi, venne ordinata la rappresaglia. Furono così prelevati dal carcere di Marassi quindici detenuti politici, cui si aggiunsero altri cinque fatti uscire dall'infermeria dove erano stati ricoverati per gravi ferite in seguito allo sfortunato tentativo di liberare un compagno gappista, Masnata, dall'ospedale di San Martino . I venti prigionieri avevano capito cosa li attendeva per il fatto che erano stati svegliati in piena notte e che non gli avevano fatto portare nulla con sé, anzi all'ultimo gli avevano fatto togliere cappotti e persino giacche. In catene, vennero fatti salire su un camion coperto con un telo militare, come testimoniarono alcune suore della Val d'Aveto che si trovavano davanti al carcere, mandate dal fratello di Diodati (che era in prigione da tre mesi), Wladimiro, per proporre uno scambio di prigionieri. 

Cippo in ricordo dei Martiri

Il camion andò in direzione di Rivarolo e poi verso Pontedecimo. I prigionieri, individuarono il percorso e abbandonarono le ultime speranze di essere portati a Milano, per uno scambio di prigionieri o per l'avvio a un campo di concentramento. Discutendo con grande forza d'animo del destino ormai inevitabile, decisero di provare a salvare almeno qualcuno di loro, che potesse testimoniare l'accaduto, e infatti riuscirono a farne fuggire due che, all'altezza di Certosa, in una curva si buttarono da uno squarcio nel telone mentre gli altri li coprivano. Arrivati a Isoverde, vennero fatti scendere e avviati su un lungo e faticoso cammino. Ad uno dei feriti, "Tino" Quartini, era stata amputata una gamba, e le SS avevano gettato via le sue stampelle, perciò i compagni dovettero portarlo su per il sentiero, anche se con grande fatica e dolore, per poter morire insieme. Diodati ha testimoniato di uno stato d'animo, da parte di tutti, sereno, coraggioso e a momenti quasi esaltato dall'amicizia e dalla comunanza della stessa sorte, che li sostenne fino all'ultimo, quando furono fucilati dietro il muro del cimitero di Cravasco, a cinquanta passi da dove erano caduti i nove tedeschi, e nello stesso punto in cui, in un crescendo di violenza e di vendetta cui solo la Liberazione metterà fine, furono fucilati trentasei nazi-fascisti nella controrappresaglia del 4 Aprile.


Chi erano i fucilati
Oscar Antibo, 36 anni, nato a Savona, operaio della "Ferrania", appartenente alla 5^ Brigata della Divisione Garibaldina "Bevilacqua". Fu catturato il 26 novembre 1944.

Giovanni Bellegrandi (Annibale), 26 anni, ingegnere di Brescia, Sottotenente della Divisione "Centauro" dopo l'8 settembre entrò nell'organizzazione "OTTO". A Gennaio del 1944 giunse in Liguria, dal mare, su un mezzo alleato con il compito di addestrare i partigiani all'uso di armi e materiale lanciato dagli aerei angloamericani. Rischiando più volte l'arresto, Bellegrandi riuscì con molte difficoltà a mantenere i contatti e a organizzare diverse azioni. Venne arresato il 19 gennaio 1945 dalle SS, condotto alla Casa dello Studente e torturato.

Pietro Bernardi, 35 anni, nato a Duermens (Germania), appartenente alla Brigata SAP "Jori".

Orlando Bianchi (Orlandini), 45 anni, era nato a Genova. Membro del CLN di Uscio e del CMRL (comando militare regione Liguria). Fu arrestato dalle SS a Genova nel dicembre 1944 .

Virginio Bignotti (Franchi), biellese di 57 anni,  ex maggiore dell'esercito, esperto militare del comando SAP. Arrestato insieme ad Arrigo Diodati nella sede clandestina del comando  SAP il 27/12/1944

Cesare Bo (Emilio), 
 21 anni, originario di  Genova Sampierdarena. Impiegato allo stabilimento elettrotecnico di Campi apparteneva  alla brigata SAP "Buranello". Fu arrestato il 15/12/1944 .

Pietro Boldo (Pierin) 31 anni di Nizza Monferrato. Appartenente alla brigata SAP "Alpron" venne arrestato dalle Brigate Nere l'8/1/1945 nella sua abitazione a Sestri Ponente e tradotto alla "Casa dello studente" dove fu torturato.

Giulio Campi (Cesare) 54 anni, di La Spezia. Capo reparto dello stabilimento Vittoria-Ansaldo e codirettore dell'ufficio aviolanci del CMRL. Arrestato dalle SS nel dicembre 1944.

Gustavo Capito' (Fermo), 48 anni, di La Spezia, Ten. Col. di Stato Maggiore, dopo l'8 settembre consulente del comando militare del CLN di Savona, quindi capo del servizio informazioni del CMRL. AFu arestato a Genova il 16/12/1944, poi tradotto alla "Casa dello studente" e torturato.

Giovanni Caru', 33 anni nato a Farno (Varese) il 22/12/1912. Operava nelle brigate SAP del centro.

Cesare Dattilo (Oscar) 24 anni, di Cogoleto. Meccanico aggiustatore alla "San Giorgio". Sfuggito al rastrellamento del 16 Giugno, salì in montagna e divenne comandante della brigata d'assalto "Buranello" della divisione garibaldina "Mingo". Catturato a Sassello il 9/12/1944, fu tradotto alla "Casa dello studente" e torturato.

Giacomo Goso, 50 anni, di Bardineto, laureato in legge; Operante nel savonese fu arrestato a Savona il 13/12/1944, poi tradotto con Capitò e Nicola Panevino alla "Casa dello studente".

Giuseppe Maliverni 20 anni, di Rivarolo. Disegnatore; membro dei GAP di Sampierdarena, raggiunse le formazioni della III brigata Liguria che subì pesantemente il rastrellamento della Benedicta. Riuscito a sfuggire all'accerchiamento Maliverni tornò in città e divenne vice comandante della brigata SAP "Buranello". Arrestato dalle Brigate Nere nel gennaio 1945, venne tradotto alla "Casa dello studente" e torturato.

Nicola Panevino 35 anni, di Carbone (Potenza), giudice presso il tribunale di Savona. Membro del CLN di Savona e appartenente alla brigata GL "Savona", che prenderà poi il nome di brigata "N. Panevino". Arrestato a Savona il 14/12/1944, fu incarcerato a Marassi e torturato per diversi giorni alla "Casa dello studente".

Renato Quartini (Tino) 21 anni, originario di Ronco Scrivia, disegnatore all'Ansaldo. Militante dei GAP, comandante delle Squadre d'azione del Fronte della Gioventù, guidò l'azione per liberare il gapista G. Masnata, ferito e piantonato all'ospedale di San Martino. L'azione fallì e in uno scontro con i "Risoluti" della X Mas di San Fruttuoso, Quartini venne ferito ad una gamba. Arrestato e trasportato all'ospedale, subì l'amputazione dell'arto e in seguito tradotto nelle carceri di Marassi. Insignito di Medagia d'oro al valor militare.

Bruno Riberti 18 anni, di Migliarino (Ferrara). Appartenente alla brigata SAP "Jori", partecipò con Quartini all'azione per liberare Masnata e nello scontro fu ferito gravemente allo stomaco. Arrestato, venne condotto all'ospedale di San Martino e in seguito al carcere di Marassi.

Ernesto Salvestrini (Amilcare) 22 anni, di Marina di Massa. Studente Fu arrestato durante una missione a Nervi.

Arrigo Diodati (Franco) Nato a La Spezia il 25/5/1926 da genitori antifascisti. Nel 1937 la famiglia andò in esilio in Francia dove entrò in contatto con gli ambienti antifascisti e, dopo l'invasione del paese da parte della Germania, col movimento clandestino. Nel 1943 Diodati rientrò in Italia, prima a La Spezia e poi a Genova, per partecipare direttamente alla lotta contro i nazi-fascisti nel Fronte della Gioventù. Diventò vice commissario politico delle brigate SAP di Genova. Arrestato verso la fine del 1944, torturato alla "Casa dello studente" e imprigionato a Marassi, fu prelevato il 23 Marzo 1945 per esser fucilato insieme ad altri diciannove patrioti. Scampato all'eccidio, raggiunge le formazioni partigiane nella zona di Voltaggio (brigata "Pio", divisione "Mingo") e partecipò alla liberazione di Genova.

Dalla sua testimonianza:

...Arriviamo, e, mentre un primo gruppo di compagni viene schierato contro un monticello, noi, che siamo rimasti indietro, assistiamo al loro massacro. Come sono tutti calmi e sereni i nostri compagni! Li guardiamo per l'ultima volta mentre con forza risuonano le loro ultime parole: "Viva l'Italia libe-ra!". Dei colpi secchi ed essi cadono. Subito dopo i due marescialli delle S.S. che ci hanno accompagnati, si avvicinano a loro, e con rabbia li finiscono uno per uno con dei colpi nella faccia. Siamo fieri di come sono caduti, mentre pensiamo a ciò ci apprestiamo ad imitarli. Veniamo allineati un po' più lontano. È strano come a due minuti dalla morte, tutto sembri normale e nulla ci impressioni.
Son così meravigliato di me stesso che non mi riconosco più. Ed in fondo sono contento d'esser giunto fino a questo punto, perché posso constatare con gioia, che non una esitazione, non una debolezza hanno tradito la mia fede. E l'indifferenza con la quale adesso mi trovo davanti al plotone di esecuzione ne sono una prova. E ciò non vale solo per me, ma bensì per tutti noi, per tutti i Compagni. Lì guardo con incoraggiamento e li esamino uno per uno: alla mia destra verso il Cimitero rivedo Bernardi: un bravo ragazzo che ha lasciato la moglie in prigione, poi vicino a me c'è Campi, un compagno di Certosa, che è uno dei più anziani fra noi, e che lungo il tragitto abbiamo adottato come il nostro papà. Alla mia sinistra vengono poi Quartini (Tino), Riberti, Antibo, Oscar e due altri giovanetti che completano il nostro gruppo. Intanto Riso, il capo posto della "IV" a Marassi, ch'è l'unico italiano venuto ad accompagnarci, ci toglie le manette; non ha nemmeno il coraggio di guardarci in faccia, lui che per mesi e mesi è stato il nostro guardia-ciurma, e se ci toglie le manette prima di massacrarci è soltanto perché ha paura di macchiarsi del nostro sangue, come è avvenuto per l'altro gruppo. E - l'unica cosa che tutti indistintamente gli chiediamo - è che, dopo averci sparato, venga subito a finirci per non farci soffrire.
Adesso è finita; ci baciamo uno per uno stringendoci forte, mentre con tutte le nostre forze gridiamo come i nostri Compagni: "Viva l'Italia libera!". Poi, una sparatoria, tutti cadono. Cadono perché solo io sono rimasto in piedi; non sono colpito e quindi attendo; attendo che i nostri carnefici, dopo essersi guardati come per chiedersi chi deve spararmi, si decidano, mi mirino una seconda volta e tirino. Questa volta, colpito al collo, mi accascio infine per terra. Sono immobile tra i compagni che gemono, mentre, la faccia contro terra, mi domando che cosa avviene.
Sono sbalordito, non riesco a capire perché ho ancora i sensi, perché non ancora morto, perché ragiono ancora. Ma ecco che i tedeschi si avvicinano per finircii, allora, temendo di non morire subito, chiamo Riso affinché mi dia il colpo di grazia. Lo chiamo due o tre volte ma non sente, forse perché i lamenti dei compagni morenti soffocano la mia voce. Ed allora attendo che mi si colpisca; ed attendendo odo delle vociferazioni tedesche, poi un tedesco che parla italiano gridare accanendosi contro di noi: "Farabutti, adesso non griderete più viva l'Italia ed abbasso il fascismo!" - ed odo dei colpi a destra ed a sinistra, proprio vicino a me, credendo sempre che siano per me, mentre invece niente, sempre niente.
Io non vedo niente di ciò che accade poiché sono colla faccia contro terra, ma ad ogni minuto che passa riesco sempre meno a capire perché sono ancora in vita. Penso che fra poco saremo gettati in una fossa comune, mi dico che forse allora, avvedendosi che non sono ancora morto, mi finiranno. Ed attendo quindi, ma nulla avviene. Sento voci e passi che si allontanano, poi un colpo di fischietto. Faccio il conto di quando siamo partiti da Marassi ed allora penso che può essere mezzogiorno, e che quindi i tedeschi saranno partiti per mangiare allo scopo di sotterrarci dopo, nel pomeriggio. Comunque, temendo che a poca distanza vi sia una sorveglianza pronta a reagire al minimo movimento, non mi muovo. Passano le ore e uno dopo l'altro sento tutti i compagni morire; Campi, che è vicino a me, è stato l'ultimo.
Sono in un lago di sangue e non mi posso muovere. Devo aver perso molto sangue, e, constatando che non articolo più la gamba destra, sto convincendomi che sto morendo dissanguato, quando mi accorgo che la gamba è semplicemente addormentata essendo da ore ed ore nella stessa posizione. Ma ad un tratto, notando che getto sangue dalla bocca, sto per riprendere speranza nella prossima fine, quando ancora una volta devo constatare che è assurdo e che il sangue non proviene che dalla ferita che ho al collo. Mentre rifletto, d'un tratto odo dei passi e delle voci di tedeschi che si avvicinano. In fretta allora cerco di nascondermi un po' meglio dissimulandomi sotto i corpi dei compagni. Sono minuti terribili ed interminabili: li odo avvicinarsi ancora, poi, proprio alla mia altezza, fermarsi. Sono in due e penso che forse cominceranno a gettarci nella fossa. Ma invece no, si chinano, ma solo per toglier gli scarponi ad un compagno, e poi ripartono.
Allora mi dico che ormai non ci interreranno che a sera, quando, improvvisamente riflettendo a ciò, per la prima volta mi balena nel cervello la speranza di una possibile salvezza. Infatti, tremando dall'emozione, penso che, se riuscissi ad attendere la notte, forse sarei salvo. Sempre immobile quindi continuo ad attendere; saranno già tre o quattro ore che sono così. Dopo un po' di tempo però, non udendo più nulla, mi azzardo per la prima volta, a guardarmi intorno per rendermi conto della situazione. E ciò che constato è che non vi sono più tedeschi, ma solo dei compagni selvaggiamente trucidati.
Vedo pure lì vicino il cimitero e quattro grandi cipressi che ne adornano l'entrata. Ad un tratto, pensando che forse i tedeschi potrebbero ritornare, decido di nascondermi. Trascinandomi per terra mi porto verso uno dei cipressi e, con uno sforzo di volontà, riesco ad arrampicarmici sopra. Lì forse potrò attendere la notte e forse, cosa incredibile, sarò salvo....
FONTE ILSREC

L'ECCIDIO DEL TURCHINO

Il recupero delle slame
Nell'ambito di una decisa ripresa di attività della Resistenza sia in montagna sia in città, che dopo i tragici e dolorosi avvenimenti della Benedicta vedrà, dalla tarda primavera all'autunno del 1944, il movimento partigiano acquisire un nuovo livello di organizzazione e maturità, il 14 maggio 1944 venne organizzata dai GAP, nel centro di Genova, un'azione di attacco contro i militari tedeschi che frequentavano il Cinema Odeon, a essi riservato in via esclusiva. L'esplosione di una bomba all'interno di quel locale causò la morte di 5 militari e il ferimento di altri 15. La risposta nazista a questa azione si mosse rapidamente sul medesimo modello, a parte le minori proporzioni, di quella delle Cave Ardeatine.
La croce del Sacrario
Il fonogramma inviato il 17 maggio 1944 dal LXXV Corpo d'Armata, responsabile della difesa delle coste nell'Italia nord-occidentale, all'Armeegruppe von Zangen, così affermava: "Il numero delle vittime dell'attentato dinamitardo al cinema riservato ai militari di Genova (...) è salito a 5 morti e 15 feriti. Rappresaglia in preparazione da parte dello SD (...)".
Era del resto logico che questo compito venisse assunto dalle forze di sicurezza essenzialmente costituite dalle SS e di ciò è ulteriore conferma il fatto che tutta la gestione della rappresaglia sia avvenuta a livello del comando insediato nella Casa dello Studente e nella IV sezione del carcere di Marassi. Di qui furono prelevati i 59 candidati alla fucilazione: 42, provenienti anche da altre province, erano detenuti per attività antifascista, 17 provenivano dal ra-strellamento della Benedicta avvenuto il mese precedente.
L'esecuzione ebbe luogo nelle prime ore del 19 maggio 1944 nella località, prossima al Passo del Turchino, denominata Fontanafredda. Le modalità di essa furono particolarmente crudeli, in quanto le vittime designate dovettero portarsi su assi protese sopra una grande fossa che nel giorno precedente un gruppo di ebrei, pure detenuti a Marassi, era stato costretto a scavare, e ivi vennero uccise a colpi di mitra in gruppi di sei cadendo sui corpi dei loro compagni già uccisi.Nicoletti, interprete delle SS, durante il processo a suo carico, raccontò di avere assistito al massacro insieme a un gruppo di alti ufficiali tra i quali vi era il Kaess, con il quale in seguito si recò a pranzo a Masone. 
Il sentiero percorso dai Martiri
Al Turchino il rapporto tra militari tedeschi uccisi nell'azione partigiana e vittime della rappresaglia fu superiore a quello di uno a dieci adottato per le Cave Ardeatine.
Anche qui, nello stesso tempo in cui si annunciava la feroce ritorsione, se ne vollero cancellare le tracce: in un comunicato del 20 maggio 1944 il comando tedesco dava notizia della rappresaglia, tuttavia affermando che essa era avvenuta il 18 anziché il 19 precedente. Falsità che, insieme al rifiuto di tutto il personale della Casa dello Studente e di Marassi di fornire notizie sulla destinazione dei loro cari, a lungo impedì ai familiari dei trucidati di conoscerne la sorte effettiva.

FONTE ILSREC