Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224

Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224
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Jorge Bergoglio e il suo passato vicino alla dittatura argentina
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Jorge Bergoglio e il suo passato vicino alla dittatura argentina
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Il lato oscuro di Jorge Mario Bergoglio: "Colluso con la dittatura argentina"

Il nuovo Papa in una scheda fortemente critica sul suo passato. Era il 2006 quando il sito di Don Vitaliano della Sala, 'prete no global', ricostruì le macchie di chi oggi è chiamato a guidare la Chiesa Cattolica

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"Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, nel 2005, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone".
Inizia così un lungo articolo pubblicato sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, la scheda sul "passato oscuro" di chi, a distanza di 8 anni, è il nuovo Papa.
bergoglio-3"Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente".
"I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro".

"Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano".
"Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero"".
"Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo".

FONTE: http://www.today.it/cronaca/jorge-bergoglio-dittatura-argentina.html
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Presentazione del libro "Fascismo a Cremona e nella sua provincia"

Cremona / 16 marzo 2013
L'ANPI provinciale di Cremona e l'Archivio di Stato promuovono
Sabato 16 marzo 2013 - ore 16,00
in Sala Puerari di via Ugolani Dati 4 - Cremona
la presentazione del libro
“Fascismo a Cremona e nella sua provincia”
ricerca di Giuseppe Azzoni
 con contributi monografici di E. Abeni, R. Bona, Gc Corada, R. Dasti, M. De Crecchio, G. Lipreri, M. Palmieri, G. Rocchetta, E. Serventi, M. Terzi e F. Verdi
Introdurrà Mariella Laudadio, Presidente dell’ANPI (editore della pubblicazione)
interverranno: Angela Bellardi, Renato Rozzi e Mario Coppetti
Il Partito Nazionale Fascista a Cremona (strutture territoriali e gruppi dirigenti, aderenti, dialettica e scontri interni); l’economia provinciale (dalla battaglia del grano alla quota 90, l’autarchia, produzione e mercato nero in guerra); poteri ed istituzioni (prefettura, questura, RRCC, podestà); la rete delle organizzazioni parafasciste e corporative; il controllo politico e sociale, la vita quotidiana, la repressione; propaganda cultura scuola ed arte; territorio edilizia opere pubbliche; l’antifascismo clandestino; cremonesi nelle guerre d’Africa e di Spagna; la guerra mondiale, dal 25 luglio all’otto settembre '43, RSI ed occupazione tedesca, i giorni della Liberazione. Un fitto indice dei nomi conclude le 656 pagine del libro.
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE

"Verona 1943-1947 Resistenza, repressione e processi ai fascisti"

Verona / 16 marzo 2013
L’Istituto Veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea - IVrR, l’ANPI e l’ANPPIA organizzano
Sabato 16 marzo 2013 - ore 16,20
presso la sala “Berto Perotti” dell’IVrR, in via Cantarane 26 - Verona
Verona 1943-1947
Resistenza, repressione, processi ai fascisti
Conferenza di Olinto Domenichini
Introduce Roberto Bonente
Dopo l’8 settembre 1943, Verona diventò sede di importanti comandi nazisti e del fascismo repubblicano. Il locale movimento antifascista venne duramente represso con esecuzioni, rastrellamenti e deportazioni nei lager tedeschi.
Nei mesi seguenti la Liberazione numerosi inquisitori fascisti che avevano operato negli uffici politici della città, accusati di omicidi e torture, furono arrestati, processati e condannati dalla Corte di Assise Straordinaria, alcuni a lunghe pene detentive. Su come essi scontarono (o non scontarono) la pena, le autorità dei Ministeri dell’Interno e di Grazia e Giustizia mantennero un rigoroso riserbo, che la consultazione di documenti resi oggi accessibili ha consentito, almeno in parte, di superare.
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE
Il Fronte della Gioventù in Liguria

Un grande apporto al reclutamento di nuovi effettivi per le S.A.P. - giovani e giovanissimi - venne dato in tutte le provincie dagli aderenti al Fronte della Gioventù.
Il Fronte della Gioventù si era infatti molto sviluppato nei mesi di giugno e luglio (1944) pur non avendo ancora assunto quella larga base di massa che era necessaria per lo sviluppo dei suoi obbiettivi.
Eugenio Curiel fondatore del Fronte della Gioventù
Una lacuna non ancora colmata era - soprattutto - la sua scarsa estensione nelle campagne, difetto tanto più grave nelle provincie di Imperia e Savona dove la campagna aveva - più che nelle altre provincie - un certo peso nella vita sociale e politica cittadina.
I maggiori progressi del Fronte - sia dal punto della sua attività organizzativa che di propaganda - si erano avuti a Genova e Savona; meno buoni a La Spezia e Imperia.
A Genova e Savona i giovani si erano anche impegnati molto - con discreti risultati - nel lavoro militare, soprattutto in direzione dei contatti e della propaganda patriottica tra soldati; permanevano tuttavia molti difetti dal punto di vista dei legami tra giovani dei vari partiti politici con le conseguenti ripercussioni sulle iniziative unitarie.
In agosto, comunque, si poteva contare sulla presenza attiva di questa organizzazione - con una sua discreta vitalità e prestigio tra le masse giovanili - in tutte e quattro le provincie liguri.

I dirigenti del Fronte della Gioventù erano, in quel periodo:

- a La Spezia (mancano i nomi dell'agosto '44);
- a Genova Bruschi, Manstretta, Bertini e Cavagnaro;
- a Savona Francesco, Vigliecca, Peluffo;
- a Imperia Varaldo, Borea, Novaro e Zanetta.

Fonte: Cronache militari della Resistenza in Liguria vol.II° - Giorgio Gimelli

Un'interessante analisi del "grillismo" del Collettivo "Wu Ming"
I Wu Ming, collettivo di scrittori bolognesi (Q fu il loro romanzo storico d’esordio e di inaspettato successo), sono da tempo duramente critici nei confronti del fenomeno Grillo. Al punto di aver scomodato termini decisamente forti come “criptofascismo” o affilate analisi che hanno bollato come destra il modo “né di destra, né di sinistra” con cui da sempre Grillo e Casaleggio definiscono il loro Movimento.
«Nella storia d’Italia – spiegano oggi – dalla palude del “né di destra né di sinistra” sono usciti vapori che il vento ha sempre portato a destra. Di destra – e addirittura totalitaria – è l’idea di futuro espressa nel video di Casaleggio Gaia, il futuro della politica. Di destra sono certe posizioni sugli immigrati. Di destra (ex-leghista, ex-berlusconiano, ex-neofascista, e il prefisso “ex” lo usiamo con le pinze) è circa il 40% del voto preso alle politiche. A Bologna, secondo l’Istituto Cattaneo, il 12% del voto grillino proviene dalla destra radicale. A Torino è il 10%. Questi elementi di destra finora sono rimasti coperti da un manto di confusionismo: dire “né destra, né sinistra” serve a questo, ecco perché diciamo che nel M5S c’è del “criptofascismo”, del fascismo nascosto. Ma la macchina grillina cattura e semplifica anche elementi e parole d’ordine di sinistra, e conquista voto di sinistra. Qui sta la contraddizione principale, il grosso nodo che dovrà venire al pettine: molte persone di sinistra han votato una forza sostanzialmente di destra. Ma se l’hanno fatto ci sono precise ragioni, e c’è chi ha precise colpe».
Se elettori di sinistra votano “sostanzialmente a destra” di chi sarebbe la colpa?
«Della sinistra ufficiale, che per decenni ha pensato di doversi “spostare al centro”, alla conquista dei voti “moderati”. In nome di questa strategia ha rinunciato anche agli ultimissimi residui di alterità, ha smesso di definirsi sinistra a favore del nomignolo “centrosinistra”, ha detto sì a ogni sorta di nefandezza in nome di una presunta “modernizzazione”. Si è adagiata nella subalternità all’ideologia liberista, cantando le lodi del mercato, del privato, della “sussidiarietà”. Ha boicottato e combattuto movimenti sociali che si opponevano a privatizzazioni, speculazioni e scempi ambientali. Quando ha governato, ci ha dato leggi come il Pacchetto Treu e i campi di prigionia per i clandestini. Finché, un bel giorno, non abbiamo scoperto che il “centro” non contava nulla, anzi, non c’era proprio! Quanto ai voti “moderati”, di che stiamo parlando? Un terzo degli elettori continua a votare per “anticomunismo” anche in assenza di comunisti. Siamo un paese estremo, altro che moderato. Il centrosinistra ha gravi colpe ma non ha mai pagato dazio, perché “di là” c’era Berlusconi e poteva presentarsi come “male minore”. A forza d’iniettarsi dosi di male dicendosi che era “minore”, una parte di elettorato non ne ha potuto più, e ha deciso di cambiare spacciatore e sostanza.»
Quindi Grillo di fatto ha raccolto il voto degli scontenti e dato risposte al loro malessere. Non a caso lui ripete spesso che se non ci fosse stato il Movimento 5 Stelle ci sarebbe Alba Dorata. Vi è mai venuto il sospetto che su questo punto possa aver ragione?
«Sì, Grillo fa sempre l’esempio dei nazisti greci di Alba Dorata, ammettendo così di incanalare anche pulsioni nazistoidi. Ma alle elezioni greche del 2012, la vera novità è stata Syriza, la coalizione della sinistra radicale che ha conquistato 77 seggi su 300. Lui si sceglie il babau che gli fa più comodo, ma in Europa negli ultimi anni si è mosso ben altro, dai grandi scioperi francesi contro la riforma delle pensioni di Sarkozy alla marea umana anti-Troika che una settimana fa ha riempito le città portoghesi, passando per il movimento di massa nato dalle acampadas che in Spagna impedisce sfratti e pignoramenti di case. Grillo ha intercettato e “prevenuto” solo fenomeni tipo Alba Dorata, o ha anche prevenuto esperienze di questo genere?»
Il movimento di protesta più radicale avvistato in Italia in questi anni è senza dubbio il No Tav. E Grillo lo ha intercettato in pieno.
«Ecco, infatti sarebbe bene analizzare il rapporto tra il M5S e i movimenti ai quali offre rappresentanza, appunto come quello No Tav. Quei movimenti potrebbero accorgersi presto che Grillo offre una rappresentanza esibita ma infeconda. L’interesse principale di Grillo & Casaleggio non è realizzare il programma, che è un geyser di richieste contraddittorie spruzzate qua e là. Gli interessa di più prolungare lo scompiglio e tenere alto il polverone finché è possibile, perché il polverone copre le magagne e rinvia l’arrivo dei nodi al pettine.»
E secondo voi fino a quando riusciranno a rinviarlo?
«Non lo sappiamo. Grillo e Casaleggio hanno i capelli lunghi. Comunque, noi tifiamo per il pettine.»
FONTE: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12208#more-12208
LE S.A.P. NELLE CITTA' LIGURI


L'esistenza di una organizzazione già collaudata come le Squadre di Difesa facilitò enormemente la formazione delle S.A.P.. Tuttavia a Genova vi fu una modifica rispetto alla impostazione formulata dalle direttive del C.V.L.: le Squadre d'Azione non ebbero subito una struttura unitaria richiesta ma vennero costituite su base partitica inserendosi nelle organizzazioni clandestine dei vari partiti della città.
Nello stesso mese di giugno (1944) - sulla base delle anticipazioni di Longo - si costituì a Genova il Comando S.A.P. Garibaldi che fu composto da:


  • Giuseppe Noberasco (Gustavo) comandante 
  • Dante Conte (Luigi) commissario
  • Franco Diodati vicecommissario
  • Gelasio Adamoli capo di Stato Maggiore
  • Fernando Pucci (Ettore) ufficiale di collegamento
Simili comandi di corrente vennero più tardi costituiti - per le S.A.P. - anche da altri partiti:
- Negrini (Giuseppe Ferrari) e Dani assunsero il Comando delle formazioni S.A.P. Giustizia e Libertà del Partito d'Azione.
- Aldo Podestà e Dante Storace ebbero il Comando delle S.A.P. Mazzini del Partito Repubblicano;
- Spirindione Gostizia (Prati) in Comando della S.A.P. Autonome organizzate dal Partito Liberale;
- Dante Bruzzone di quelle del P.S.I.U.P.;
- Pittaluga di quelle libertarie;
-Mario Galli di quelle del Partito democristiano.

Dato il rapido sviluppo di queste formazioni nel luglio e agosto 1944, il problema del loro inquadramento unitario venne affrontato con la creazione, in seno al Comando Regionale, della Sezione Mobilitazione e Squadre cittadine che ebbe appunto il compito di collegare insieme tutte le formazione preparandone l'unificazione.
La sezione fu composta da un rappresentante di ogni organizzazione armata cittadina.
Nel corso dell'estate e dell'autunno 1944 venne completata la struttura e adeguato l'addestramento delle S.A.P. genovesi, che risultarono schierate su 36 Brigate formate da 3-4 distaccamenti ognuna, a loro volta composti da 5 squadre di 5 uomini.
Il dispositivo agli inizi dell'inverno del '44 (in agosto-settembre, le Brigate SAP Garibaldi erano soltanto 19) risulterà il seguente:
  • 24 Brigate Garibaldi, organizzate e dirette del PCI
  • 2 Brigate Matteotti, organizzate e dirette dal PSIUP
  • 2 Brigate Mazzini, organizzate e dirette dal PRI
  • 1 Brigata Patria, organizzata e diretta dalla DC
  • 4 Brigate GL, organizzate e dirette dal Partito d'Azione
  • 2 Brigate Libertarie, organizzate e dirette dai gruppi Anarchici o Libertari (che si fecero rappresentare, nella Sezione Mobilitazione, dal PRI)
  • 1 Brigata Autonoma, organizzata e diretta dal PLI
A metà agosto, comunque, le S.A.P. più efficienti di officina e di zona erano - a Genova - un centinaio con circa 500 effettivi, rispetto ad un inquadramento di 425 con oltre 2.000 effettivi (ricavato evidentemente dalla trasformazione delle già esistenti Squadre di Difesa) sulla cui attività non era ancora possibile contare in modo preciso. (1)

Il primo ordine alle S.A.P. fu: un'arma ad ogni sapista; e l'esecuzione di quest'ordine significò ben presto il disarmo specialmente sui singoli militari germanici, fascisti e dell'esercito di Salò che venivano sorpresi dai sapisti appostati nelle zone più isolate della periferia.
Intensa fu subito anche l'attività di lancio e diffusione dei manifestini, delle scritte stradali e - in agosto - l'opera di contatto e di trasferimento in montagna dei soldati della MOnterosa e della S.Marco che manifestavano l'intenzione di disertare.
Dall'organizzazione delle squadre ricavò anche particolare impulso - in tutta la Regione - il Servizio Informazioni del C.M.R.U..
Anche a Savona la costituzione delle S.A.P. venne iniziata nel mese di giugno; l'impegno del movimento clandestino mise ben presto a disposizione del Comitato Militare provinciale e del Comando di Sottozona le seguenti informazioni cittadine:

  • Distaccamenti S.A.P. (forza iniziale 3 squadre di 5 uomini)
  1. Graziano
  2. Rambaldi
  3. Anselmo
  4. Tambuscio
  5. Antonini (con i quali venne formata la Brigata S.A.P. "C.Colombo" comandata da Armando Bixio)
  6. Gatti (zona di Villapiana)
  7. De salvo (zona Santuario)
  8. Secchi (zona Lavagnola) (con i quali venne formata la Brigata S.A.P. "F.Falco" che ebbe una forza complessiva iniziale di n. 54 effettivi).
Nel centro di Vado Ligure entrò in azione  - nel mese di luglio - u gruppo sapista che costituì il nucleo iniziale di una Brigata (Comandata da Carlo Aschero) i cui distaccamenti - vicini alla zona dell'entroterra - avrebbero più tardi operato come veri e propri reparti militari di montagna, costruendosi nelle colline della periferia basi e rifugi perfettamente mimetizzati.

Le prime azioni della S.A.P. di Savona furono costituite essenzialmente - in giugno e luglio - da operazioni di disarmo di militi della G.N.R. e di prelevamento di viveri e materiali necessari alle truppe di montagna.
Particolarmente efficiente fu in agosto la loro opera di propaganda diretta ai soldati della S.Marco, le scritte murali, la diffusione nelle fabbriche di opuscoli e di giornali clandestini, i lanci di volantini nei cinema e nelle strade principali della città.
Sino all'agosto del '44 le squadre patriottiche di Imperia avevano funzionato alle dirette dipendenze del "Triangolo insurrezionale" composto dal Comandante G.A.P. e dalle Squadre di Difesa, dal Comandante e dal Commissario politico delle formazioni di montagna. Poco numerose ma molto ardite avevano operato quasi sempre in concomitanza con il gruppo gappista.
Nella seconda quindicina di agosto il Comitato Unificato delle S.A.P. - nominato in luglio dal C.L.N. imperiese col compito di collegare tutte le organizzazioni militari clandestine di città - costituì il Comando S.A.P. affidandogli il compito di inquadrare militarmente i reparti patriottici cittadini della estrema riviera di ponente.

Vennero così costituite le Brigate S.A.P.  "Walter Berio" - dislocata ad Oneglia su 9 distaccamenti - e la Brigata "L. Acquarone" - dislocata a Porto Maurizio su 5 distaccamenti.
Due altre Brigate S.A.P. vennero, pressochè contemporaneamente, costituite a San Remo (su 5 distaccamenti) e a Diano Marina.
Le quattro formazioni, completate da diversi distaccamenti autonomi organizzati in alcuni paesi del fondo valle e in alcuni centri del litorale, formarono - alla fine di agosto - la Divisione S.A.P. "G.M. Serrati" il cui comando fu assunto da Ilo Martini (Rolando) comandante, Carlo Aliprandi (Lungo) commissario, Amilcare Ciccione per il Comitato Unificato, Morono Lino (Labò) addetto ai collegamenti, Carlino Carlini (Andrea) con funzioni di capo di Stato Maggiore.
Il funzionamento delle squadre dipendenti della Divisione "Serrati" si orientò con positivi risultati (anche durante la fase di inquadramento) su 3 attività fondamentali:

a) organizzazione di un servizio informativo diretto a conoscere a fondo l'attività in campo nemico;
b) condotta di operazioni di disarmo;
c) organizzazione di un servizio di prelievo di fondi, vestiario e viveri a favore delle formazioni di montagna.

(1) Cfr. Relazione del T.I. del 16-8-44

Convegno su 

"La violenza e il coraggio"

Milano / 16 marzo 2013
       Coordinamento donne
LA VIOLENZA E IL CORAGGIO
 Donne, Fascismo, Antifascismo, Resistenza
 IERI E OGGI
Milano, 16 marzo 2013 – ore 10,00-17,30
Palazzo Marino - Sala Alessi
Programma
Apre i lavori Monica Minnozzi, del Coordinamento Nazionale Donne dell’ANPI
Saluti delle autorità presenti
Introduce Lidia Menapace, docente universitaria, partigiana, componente del Comitato Nazionale ANPI
“Le ragioni e gli obiettivi del Convegno”
Interviene Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale dell’ANPI
 Relazioni 
Simona Lunadei, della Società Italiana  delle Storiche
 “Il fascismo contro le donne: l’ideologia, le leggi”
Dianella Gagliani, Docente di Storia Contemporanea all’Università di Bologna
“La scelta della Resistenza: guerra alla guerra e affermazione di diritti”
Raffaele Mantegazza, Docente di pedagogia Interculturale - Università Milano - Bicocca
“Sebben che siete (ancora) donne: espropriazione e resistenza del femminile oggi”. 
Dibattito
Conclusioni di Marisa Ombra, Vice Presidente Nazionale ANPI 
Nel corso del Convegno verranno lette citazioni di testi fascisti e testimonianze attinenti i temi in discussione a cura dell'attrice Aglaia Zannetti
Durante l'affluenza del pubblico saranno proiettate immagini, frasi e slogan del fascismo e sulle donne nella Resistenza.
Con il convegno organizzato dal Coordinamento donne, sul tema "La violenza e il coraggio – donne, fascismo, antifascismo, Resistenza, ieri e oggi", non si intende, semplicemente, “custodire la memoria”. Benché ricordare cos’è stato effettivamente il fascismo per le donne - più esattamente contro le donne - in questi tempi di riferimenti a quel regime come fascismo buono, colpevole solo di qualche errore, sia più che necessario. Come è necessario ribellarsi all’assuefazione per cui disordini nelle scuole
e negli stadi, scritte violente su molti muri, violenze contro i diversi, frasi orrende sul web, vengono assorbiti come trascurabili scorie marginali.
Al centro del convegno c’è, soprattutto, l’attualità: si vogliono analizzare le costanti di una cultura che, pure avendo compiuto grandi passi avanti, soprattutto nelle leggi, resiste nelle pieghe della società. Dove persiste un’idea della donna che, dopo tutto, se anche non trova un lavoro, un lavoro comunque ce l’ha ed è la maternità e dunque poco o niente si fa per favorire l’assunzione di responsabilità nel lavoro e nel sociale. Un’idea della donna come proprietà, che giunge persino al femminicidio, della quale si continua a mettere in primo piano il corpo, condannandola ad eterno oggetto da usare per il proprio piacere.
Come denunciare e combattere questa vecchia cultura che fa dell’Italia uno dei Paesi più arretrati e non solo d’Europa, è il tema del convegno.
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE

Caso Merlino, Anpi Roma: “Soddisfatti per piena adesione ai valori della Resistenza da parte dello Stato Maggiore dell’Esercito”

L’ANPI di Roma si dichiara soddisfatta per la dichiarazione dello Stato Maggiore dell’Esercito di “piena adesione ai valori fondanti della democrazia, così come ereditati dalla guerra di Liberazione” e per la disponibilità “a ospitare, presso la scuola di fanteria, altri convegni sul tema”.

“Non avevamo dubbi sulla lealtà dell’Esercito Italiano alla Costituzione ed ai valori della Resistenza che la ha generata. Speriamo però che questi convegni siano organizzati al più presto, perché bisogna controbattere subito di fronte ai giovani allievi della Scuola di Fanteria le menzogne che sono state loro propinate sulla Resistenza e sulla Repubblica Sociale, prima che possano generare danni”, ha dichiarato il presidente dell’ANPI di Roma Vito Francesco Polcaro, aggiungendo che “è molto opportuno anche l’approfondimento che è stato promesso sull’opportunità di chiamare a parlare in quella sede Mario Merlino perché la spiegazione che ciò è avvenuto in quanto docente che ha insegnato per anni storia e filosofia in un liceo statale, senza che si siano tenuti in conto il suo passato e le sue dichiarate amicizie, ci pare assai debole ed indicativa quanto meno di un’enorme superficialità nell’affrontare un tema così importante come la Guerra di Liberazione”.

Intanto lo Stato Maggiore dell’Esercito, informa l’Anpi di Roma, ha anche organizzato un convegno dal titolo “I partigiani militari”, al quale è stato invitato come relatore Massimo Rendina, vicepresidente nazionale dell’Anpi.                     

Roma, 11 marzo 2013

FONTE: Ufficio stampa A.N.P.I. Roma
LA CASA DELLO STUDENTE DI GENOVA

Comandata da SIGFRIED ENGEL(1), ufficiale effettivo dell'S.D. e membro superiore della Scuola SS in Italia, dal quale dipendevano anche i Comandi SS di Savona, Imperia, Spezia e Novi Ligure, la Casa dello Studente era suddivisa, già nell'aprile del 1944, in tre reparti principali:

  • S.D. 3 (addetto allo spionaggio industriale e commerciale)
  • S.D. 4 e 5 (addetti al movimento partigiano, ebrei, clero, comunisti, ecc.)
  • S.D. 6 (spionaggio militare)
Il reparto 3 era agli ordini del Maggiore NEUMANN dal quale dipendevano il maresciallo ERNEST HERTEL addetto alla censura della stampa, il tenente MAX BAUER, l'interprete maresciallo BRUCKNER addetto al collegamento con gli informatori del settore industria e commercio, il sergente GASSER dattilografo con mansioni di segretario.

I reparti 4 e 5  dipendevano dal tenente OTTO KASS ed erano suddivisi nei seguenti uffici:


  1. ufficio contro-spionaggio, diretto dal maresciallo (poi tenente) WERNER SIMSEN dal quale dipendevano i marescialli OTTO ABT e G. SCHOLZ e gli interpreti UNTERPERTINGER e ANNA SODIAN; era stato questo ufficio a condurre, nel marzo 1944, le indagini che avevano portato alla scoperta dell'organizzazione OTTO(2) e all'arresto del Prof. Balduzzi e dei suoi collaboratori.
  2. ufficio antiribelli, comandato dal meresciallo G. PETERS e composto dal maresciallo G.FRONTUL, dal tenente CRONER della G.N.R. e dai sottufficiali (anch'essi G.N.R.) RADOSSI, DE ROMEDIS e CAPONE.
  3. ufficio ebrei, composto dal Maresciallo JANNICHE, dall'interprete UNGERER e dal barone VON SLAZER, i quali disponevano di numerosi informatori civili; a questo ufficio era dovuta l'introduzione alla Casa dello Studente del nuovo sistema di tortura mediante scariche elettriche provocate da un telefono da campo italiano mod.36.
  4. ufficio comunisti, diretto dal maresciallo GUGG coadiuvato dall'interprete SOTTOPERRA.
  5. ufficio spionaggio cittadino e arresti in genere, comandato dal tenente SCHLEISLER e dal maresciallo H. SCHNEIDER.
  6. ufficio criminale, competente in operazioni si sequestro e requisizione di preziosi, materiali vari e generi alimentari; ne facevano parte il maresciallo HELMER, il maresciallo KAHLEMBERG e gli interpreti, sottufficiali ATZWANGER, NICOLETTI, FALUNGIANI.
  7. carcere, cioè la IVª Sezione del carcere di Marassi comandata dal maresciallo E. POICKERT coadiuvato dal maresciallo LASSNER e dall'interprete E. LUZZATO; essi curavano anche i trasferimenti dei detenuti politici dal carcere ai campi di concentramento.
Dai reparti 4 e 5 del tenente Kass dipendeva anche la compilazione degli elenchi di cittadini da fucilare per rappresaglia e l'assegnazione ai campi di concentramento di 1ª, 2ª e 3ª categoria. Tra i collaboratori di questo ufficiale vengono segnalati il tenente di Marina germanica REIMERS, comandante del reparto di stanza a Portofino (indicato quale autore materiale di eccidi e torture), il maggiore ZANNESE della G.N.R. (al quale viene attribuita l'iniziativa dell'arresto e della deportazione in Germania dei Carabinieri della Legione di Genova), il maggiore LODI, anch'egli della G.N.R. e il console GRASSINI, poi vice Federale della Federazione genovese del P.F.R.
Il reparto 6 era comandato dal tenente MICKELSEN, di Amburgo, che operava alle dipendenze del Comando di Verona, a contatto con WOLFF, capo dell'S.D. 6 in Italia.
L'attività del reparto consisteva particolarmente nell'invio di agenti in territorio occupato dagli Alleati, sia in Italia che in Francia. Il reparto curò anche la preparazione di un centro di spionaggio da lasciare in Liguria nel caso di ritirata delle truppe germaniche.
L'incarico dell'ingaggio di agenti R.T. e informatori (che prima dell'impiego venivano inviati alla scuola di addestramento di Rovereto) era affidato al tenente RITNER e all'interprete sottufficiale MAX WUNDERLICH; il collegamento con l'ABWER 1° avveniva tramite FRANZ BERTOLLI.
In modo autonomo, con propri informatori civili, funzionava invece l'Ufficio regionale della GESTAPO (situato in Via Assarotti a Genova) che era comandato, nell'aprile 1944, dal maggiore WERNER.

(1) Friedrich Wilhelm Konrad Siegfried Engel conosciuto come "Il Boia di Genova" (Warnau an der Havel, 11 febbraio 1909 – Amburgo, 4 febbraio 2006) è stato un militare tedesco condannato all'ergastolo in contumacia per la Strage della Benedicta (147 fucilati), per la Strage del Turchino (59 fucilati), per la Strage di Portofino (22 fucilati) nel 1944 e per la Strage di Cravasco, nei pressi di Campomorone (20 fucilati) nel 1945.
(2) L’Organizzazione “Otto”, fondata e diretta dal professor Ottorino Balduzzi, Primario dell’Ospedale San Martino di Genova, fu tra i primi gruppi in attività dopo l’8 settembre 1943. Lo scopo primario della sua attività fu quello di stabilire i primi contatti con gli alleati allo scopo di ottenere aiuti concreti in armi e munizioni per i movimenti partigiani.

FONTE: Cronache militari della Resistenza in Liguria vol.II° autore Giorgio Gimelli

I GRUPPI D’AZIONE PATRIOTTICA
LA GUERRIGLIA URBANA NELLA RESISTENZA
di Marco Grilli

La Resistenza in città contro l’attesismo. 

All’indomani dell’armistizio dell’otto settembre 1943, gli occupanti tedeschi e i fascisti della neo-costituita Repubblica Sociale Italiana (RSI) dovettero controbattere nelle grandi città la fiera opposizione armata dei Gruppi d’Azione patriottica (GAP), nuclei clandestini costituiti dal Partito comunista alla fine del settembre 1943, allo scopo di rispondere col terrore al terrore dell’occupazione nazi-fascista. Giorgio Bocca li definì: “La minoranza ossessionata e ossessionante che arroventa la massa inerte delle grandi città, il nucleo disperato che trasmette alle moltitudini la sua volontà”. Mario Fiorentini, uno dei fondatori dei GAP di Roma, chiarì gli obiettivi dell’organizzazione: “La Wehrmacht non era più invincibile; dovevano sentire che non erano padroni di Roma, che avevano una popolazione ostile.Noi dovevamo attaccare le linee di comunicazione, i loro passaggi, il transito degli automezzi, gli automezzi in sosta, i comandi; e in particolare questo fatto, che loro non dovevano sfilare impunemente per la città. In altre parole volevamo imporre che Roma fosse davvero città aperta”. 

Organizzazione, metodi di lotta e principali azioni. 

I GAP, protagonisti del terrorismo anti-nazista e anti-fascista in città, dipendevano esclusivamente dal Partito comunista e dalle Brigate Garibaldi. Particolarmente importanti per esser stati tra i primi organismi a scendere immediatamente sul piano della lotta armata, considerate le difficoltà organizzative e logistiche della prima fase della Resistenza condotta dalle bande in montagna, erano composti da gruppi di 3-5 elementi, isolati fra di loro e appartenenti ad unità che contavano al massimo una trentina di combattenti. Incisero notevolmente sull’efficacia dell’organizzazione le esperienze maturate dai militanti comunisti nella guerra civile spagnola e nella resistenza francese. I gappisti vivevano nella più rigida clandestinità: per ragioni di sicurezza ogni gruppo era sconosciuto agli altri; all’interno d’ogni unità si trovavano addetti al rifornimento d’armi ed esplosivi, staffette, artificieri, incaricati per la fornitura di documenti falsi e rifugi ed infine informatori sugli obiettivi delle azioni. Si trattava di un’organizzazione complessa e articolata che concedeva una notevole libertà alle diverse unità: tra i comandanti più noti spiccarono Ilio Barontini, Giovanni Pesce, Giorgio Amendola, Antonello Trombadori, Carlo Salinari, Walter Nerozzi e Aldo Petacchi. Decisi a colpire militarmente e moralmente i nazifascisti, in ogni luogo ed in ogni momento, questi nuclei rivoluzionari compirono sabotaggi, operazioni militari e attentati su obiettivi specifici quali i “fascisti responsabili di azioni contro la popolazione, ex dirigenti e responsabili del regime fascista dimostratisi particolarmente reazionari; dirigenti e responsabili dell’attuale fascismo repubblicano, del governo del venduto Mussolini, membri della milizia repubblicana e della Guardia nazionale repubblicana; collaboratori aperti, decisi e attivi dei tedeschi, spie ecc.”. Non quindi una guerra cieca e indiscriminata ma un terrorismo urbano mirato a colpire gli elementi più pericolosi e connotati ideologicamente, una violenza esemplare contro i principali nemici del popolo e della libertà, quali i torturatori, le spie, i collaborazionisti etc. Le azioni fulminee e imprevedibili di questi partigiani ebbero costi altissimi, in termini di caduti al loro interno e rappresaglie sulle popolazioni civili, ma anche una notevole efficacia sul piano dei danni materiali e sul clima di paura e insicurezza generato tra gli occupanti, incapaci di controllare pienamente il territorio e di esplicare liberamente il proprio dominio. Scriveva un giornale delle Brigate Garibaldi: “Il terzo fronte deve creare per i nazifascisti un’atmosfera di odio e terrore; questi criminali non devono più sentirsi sicuri e tranquilli in nessun luogo, ovunque devono sentire odio e disprezzo, ovunque devono vedere nemici, ovunque una mano armata che li colpisca”. A Bologna i GAP colpirono la polizia ausiliaria organizzata dai tedeschi nel febbraio 1944 per la repressione partigiana: furono giustiziati ben 17 agenti in cinque giornitanto che su circa 500 elementi ne disertarono ben 150 mentre altri passarono addirittura alla lotta partigiana; questi duri metodi volti a generare paura non mancavano di produrre buoni risultati per la lotta di liberazione. Il gappismo è stato definito come la guerra partigiana messa in scena davanti ad un pubblico di massa; le azioni terroristiche privilegiarono le grandi metropoli, più consone alla necessità di vivere in clandestinità, permisero la conquista di uno spazio pubblico ai “ribelli”, disorientarono il nemico –i tedeschi pensarono perfino che i gappisti non fossero italiani ma terroristi inviati da Mosca o dagli anglo-americani, esagerandone la consistenza numerica data la rilevanza degli attacchi- ed infine “pubblicizzarono” agli occhi della popolazione l’esistenza di un nucleo di intransigenti, votati a battersi fino in fondo per dimostrare la debolezza del nuovo stato fascista repubblicano. Nonostante l’esiguità numerica (nelle metropoli del nord non superarono mai i 40-50 elementi), i gappisti furono protagonisti di colpi di mano eclatanti, ne citiamo alcuni: al 2 ottobre 1943 risale il primo attentato, quando presso Milano Egisto Rubini fece saltare in aria un deposito di munizioni, sempre nel capoluogo lombardo il 18 dicembre cadde sotto il fuoco dei gappisti il federale Aldo Resega; a Torino fu colpito il 29 ottobre il seniore della milizia Domenico Giardina, mentre nel febbraio 1944 sette bombe danneggiarono il comando tedesco; a Firenze il 1° dicembre 1943 cadde il comandante del distretto militare Gino Gobbi, accanito persecutore dei renitenti, un mese più tardi sette detonazioni colpirono diverse sedi del comando tedesco in città; a Bologna il 18 dicembre 1943 fu attaccato il comando nazista insediato a Villa Spada; nella capitale il 18 dicembre 1943 una bomba provocò dieci morti fra tedeschi e fascisti frequentanti la trattoria di Via Fabio Massimo, otto giorni dopo Mario Fiorentini lanciò uno spezzone contro il corpo di guardia tedesco in Regina Coeli ed in seguito la rabbia gappista si abbatté sull’Hotel Flora, sede del comando e del tribunale di guerra nazisti. Gli episodi più duri e discussi che maggiormente colpirono l’opinione pubblica e il CLN furono l’attentato di Via Rasella a Roma, triste preludio all’eccidio delle Fosse Ardeatine, e l’uccisione del filosofo Giovanni Gentile, Presidente dell’Accademia d’Italia e fiero sostenitore del fascismo repubblicano; nel furore della guerra civile i gappisti ritennero punibili le responsabilità politiche di uno dei più influenti intellettuali fascisti. L’attivismo gappista provocò smarrimento e forti reazioni in campo nazi-fascista: l’estensione del coprifuoco; il divieto delle biciclette, principali mezzi usati per gli attentati; la spietata repressione dei ribelli ed infine le rappresaglie sulla popolazione civile, furono i principali metodi messi in atto dagli occupanti per riaffermare il proprio controllo sul territorio. 

La vita del gappista. 

La guerra partigiana si distinse per la sua volontarietà, la scelta individuale, meditata e finalmente libera che ogni resistente attuò nella propria coscienza, nell’eccezionalità del contesto storico che impose di stare dall’una o dall’altra parte della barricata, con gli oppressori o con gli oppressi. La rigida clandestinità e l’isolamento, le privazioni materiali imposte e la durezza dei metodi di lotta, significarono per i gappisti un periodo di vita angoscioso ed estenuante, il prezzo da pagare per il conseguimento dell’obiettivo finale: la cacciata dell’invasore e la conquista della libertà. Una guerra estrema, praticabile solo coi metodi del terrorismo, che richiese un ferreo sostegno ideologico, fondamentale per perdurare nell’azione e acquietare il travaglio interiore; preminente quindi il ruolo del commissario che: “Deve curare che la vita tutta speciale condotta dai gappisti non corrompa l’onestà e il carattere. Egli deve preoccuparsi che ognuno che uccida si senta un giustiziere, e non un assassino; che chi fa un colpo di recupero lo faccia convinto della giustizia del suo atto e non col senso di sentirsi un ladro”. Una scelta drastica e totale che investì tutti i lati dell’esistenza e impose una disciplina rigorosa e il freno ad ogni pietismo; spiegò Marisa Musu: “Se penso d’aver contribuito con una bomba a far saltare in aria un soldato tedesco, non penso che quello era un figlio di mamma, che era il padre di un bambino piccolo, non la vivo così. Vedo torturatori di Via Tasso, rastrellatori di ebrei, guardie ai campi di sterminio…”.  L’impugnare un arma per colpire a freddo il nemico fu un trauma rilevante che lacerò le coscienze di molti combattenti, uomini e donne, in gran parte operai e studenti, spesso cresciuti nell’ideale del socialismo e ora chiamati a violare la sacralità della vita; questo il racconto di un giovanissimo partigiano in attesa in Via Rasella: “Il giorno che stavo aspettando in piazza di Spagna che la colonna tedesca apparisse in fondo al Babuino, e pensavo che quegli uomini sarebbero morti non me ne importava nulla. Ma stando là in piedi nel tiepido sole del pomeriggio, e vedendoli sfilare, mi risuonava dentro un motivo di E lucean le stelle…, e mi colavano le lacrime giù per le gote”. Ai gappisti erano richiesti freddezza, coraggio, volontà inflessibile e destrezza fisica; la loro esiguità si spiega anche con la difficoltà di tale scelta. Nella vita di questi combattenti mancarono i momenti di condivisione propri della guerriglia in montagna, scrisse nel suo diario un gappista bolognese: “Passarono altre tre giornate, tre interminabili giornate di solitudine e di fame. Le trascorremmo svogliati e inerti, guardando dalle finestre, sfogliando i pochi libri rimasti, dando la caccia ai pidocchi e bestemmiando contro la sorte”. Quei partigiani urbani che avevano partecipato alla guerra civile spagnola rimpiansero quel periodo, caratterizzato dagli scontri faccia a faccia in campo aperto; ora invece la sensazione di essere braccati, la necessità di colpire di sorpresa con azioni fulminee, il rischio altissimo di esser catturati, torturati e uccisi, caratterizzavano la vita di questi combattenti chiamati a vincere la stanchezza esistenziale e il disgusto per la realtà dell’epoca, con la speranza di lottare per un futuro migliore. I gappisti scelsero la resistenza attiva e, dichiarando guerra all’occupante, si mostrarono pronti a uccidere e farsi uccidere; lontani dalla mistica mortuaria fascista, non si considerarono votati alla morte ma la sopportarono con dignità e orgoglio. Una volta catturati una triste sorte toccava a questi “solitari rivoluzionari”, costretti a sopportare indicibili torture per non rivelare i nomi dei compagni: a Roma l’artificiere Giorgio Labò fu tenuto 18 giorni con le mani legate dietro la schiena ma rifiutò di parlare e finì fucilato a Forte Bravetta; Gianfranco Mattei, altro artificiere dei GAP, s’impiccò nella sua cella in Via Tasso per paura di cedere alle torture del tristemente noto tenente Priebke e tradire i compagni. Una scelta imbracciata con ardore e portata fino alle estreme conseguenze era quella dei GAP. Non mancarono casi di puro eroismo, come quello del 17enne operaio torinese Dante di Nanni che, il 17 marzo 1944, rimasto gravemente ferito in seguito ad un attacco ad un reparto fascista, riuscì a raggiungere la base in Borgo S. Paolo e, assediato dai tedeschi che aprirono il fuoco perfino con un cannoncino anticarro, dopo aver lanciato otto bombe a mano ed esaurito le munizioni, evitò di consegnarsi al nemico gettandosi dalla finestra col pugno alzato, gridando viva l’Italia. I GAP pagarono un prezzo altissimo in vite umane (circa il 50% dei componenti); in gran parte finirono fucilati dopo orribili sevizie e torture. A Roma l’organizzazione subì un tracollo in seguito all’arresto di Guglielmo Blasi, uno dei presenti in Via Rasella, uomo di dubbia moralità che, arrestato in seguito ad una rapina commessa per proprio conto, passò agli ordini del famigerato Pietro Koch, comandante di una speciale polizia fascista, facendo arrestare quasi tutti i suoi ex-compagni.

FONTE: Instoria rivista on line di storia e informazione


Atene, Alba Dorata choc: "Faremo saponette con gli immigrati in Grecia"
In un documentario su Channel 4, il candidato del partito di estrema destra Plomaritis lancia minacce e insulti nei confronti degli extracomunitari. Li definisce "primitivi, subumani e contaminati", "buoni a nulla che bevono la nostra acqua" e dice: "Siamo pronti ad aprire loro i forni"
di Francesco De Palo | 7 marzo 2013



Immagini e frasi da brivido. Hanno seguito i membri di Alba dorata per un mese durante le campagna elettorale greca dello scorso anno, e martedì scorso una troupe angloellenica ha visto andare in onda il proprio documentario sul canale britannico Channel 4. Con lo choc di frasi hitleriane rivolte agli immigrati da parte del candidato Plomaritis, che si dice deciso “a fare saponette con gli extracomunitari presenti sul territorio greco”. E anche: “Siamo pronti a infornarli”, con insulti e minacce rivolte ai venditori pachistani ed afghani. Il corto si basa sul materiale raccolto da un regista greco che ha seguito la scorsa estate per quasi un mese i membri di Alba dorata durante le fasi pre elettorali, registrando comizi, visite nei mercati rionali, progetti e dichiarazioni. Nelle immagini si ascolta il programma del partito guidato da Nikolas Mikalioliakos: la crisi economica è figlia dei tre milioni di stranieri presenti in Grecia, che vanno espulsi immediatamente per consentire ai greci di avere un lavoro e più servizi dallo stato. Li definiscono “buoni a nulla che bevono la nostra acqua, mangiano il nostro pane e respirano la nostra aria”, per poi epitetarli come “primitivi, subumani e contaminati”. Ma il punto “forte” del video è un dialogo aberrante tra lo stesso candidato e i militanti del partito, seduti al tavolino di un bar, quando si sente pronunciare la frase (con sottotitoli in inglese): “Siamo pronti ad aprire loro i forni”, come per rievocare idealmente la barbarie della shoah e di tragedie storiche del passato nazista. E aggiunge, senza la minima vergogna per il tenore delle parole espresse, che quei saponi ricavati dagli immigrati non potranno essere utilizzati dagli uomini, perché si correrebbe il rischio di infezioni, ma solo per pulire auto o marciapiedi. Poi con la pelle degli immigrati si potrebbero fare lampade da tavolo e i loro capelli veduti nei mercatini di Monastiraki, la folkloristica zona turistica sotto l’Acropoli. E ancora: “Prendiamoli a calci per sbiancarli” tra le risate di tutti i presenti. Per poi rendersi protagonisti di una mossa degna della più spregevole propaganda: chiedono ad una famiglia del Bangladesh che passava casualmente di lì di avvicinarsi a favore di camera e, mentre si definiscono amanti degli stranieri, li immortalano invogliando a sorridere anche due bimbi. Il partito che alle urne dello scorso anno ha conquistato il 7%, facendo ingresso in Parlamento per la prima volta dopo trent’anni di “embargo”, è oggi quotato dai sondaggi all’11%, dietro i radicali del Syriza al 25% e i conservatori del premier Samaras al 23%. E’ stato al centro di numerose polemiche in questi primi otto mesi di governo “di crisi”, con episodi di aggressione sempre a sfondo razzistico nei confronti di immigrati.Lo scorso settembre a Palliò Falliro, il secondo porto della capitale, in occasione di una festa religiosa un gruppo di militanti si presentò con mazze da baseball distruggendo i banchetti di venditori ambulanti stranieri. Pochi giorni dopo un cittadino greco, ma di origine egiziana, venne preso a catenate in faccia perché scambiato per un extracomunitario, con una foto che fece il giro del mondo: intubato in un letto di ospedale con un occhio quasi perso. Il “rischio Weimar” venne invocato già lo scorso ottobre dal premier conservatore Samaras prima della sua visita in Germania, ma il bubbone in Grecia è esploso ben prima. Con una classe politica assetata di denaro e potere, con cittadini ridotti allo stremo da un memorandum ingannevole e con uno Stato assente perché fallito da tempo: terreno quantomai fertile per la zizzania del razzismo e di assurdi incubi del passato.




http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/07/atene-alba-dorata-choc-faremo-saponette-con-immigrati-in-grecia/522311/

Berlusconi in ospedale