Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224

Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224
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18 marzo 1978
La storia di Fausto e Iaio
QUELLA SERA IN VIA MANCINELLI

Murales dedicato a Fausto e Iaio
La strada e' buia.Un vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare come un'altalena.Nel silenzio si ascolta solo la voce del telegiornale da poco iniziato.Una voce metallica che viene da qualche casa con le finestre aperte.Il conduttore parla del rapimento Moro,dell'uccisione della scorta avvenuta due giorni prima a Roma,delle inchieste iniziate in fretta e furia.Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci.Loro sono due ragazzi che vestono come una volta:jeans scampanati,camicione a quadretti,giubbotti con le frange,capelli lunghi.Di sabato,a quell'ora, percorrono la strada che divide in due il quartiere Casoretto,via Mancinelli.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato,di sera come di giorno,buio,scuro.Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci,parlano di Moro e di viaggi,di quei sogni che ogni ragazzo ha in testa a diciotto anni.Il risotto di Danila,la madre di Fausto,li attende fumante.Fausto non sopporta quando Jaio arriva in ritardo agli appuntamenti."La prossima volta me ne vado,non ti aspetto più- dice all'amico ."Cerca di essere più elastico-risponde Lorenzo.I passi si fanno più intensi e i pensieri corrono veloci come razzi.Un pezzo di vita scorre come la trama di un film e i ricordi prendono il sopravvento.Quei sabati al Parco Lambro con le chitarre,sognando un po' di California,ad ascoltare chi tornava da mete lontane ognuno con la sua piccola verità.Ricordi che si rincorrono come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young.Le voci degli amici ,delle ragazze,delle lunghe discussioni politiche.Le prime esperienze con le donne consumate in poche ore,la fretta di correre lontano e di fuggire via da Milano.Il suono della chitarra di Jaio,ricevuta in regalo dallo zio solo due anni prima. E quei progressi fatti dai primi timidi accordi alle canzoni vere e proprie imparate su manuali di contrabbando.Le feste al Leoncavallo,i concerti di jazz ,il bar,spettacoli teatrali di compagnie che vengono da lontano.Il blues di Jaio e i Rolling Stones che Fausto ama tanto ascoltare. All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano.Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano intorno per chiedere aiuto.Intorno a loro c'è il vuoto, la solitudine. Così due giovani dall'accento romano si avvicinano con fare sbrigativo.Li bloccano.Ora i quattro si trovano faccia a faccia.Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato,avrà diciotto,vent'anni."Siete del Centro Sociale Leoncavallo?-dice con voce squillante. Lorenzo e Fausto si guardano,sono increduli.Non rispondono.Il senso di due vite si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester,7,65,sparati da un professionista. Un'esecuzione. I corpi si accasciano a terra.Il primo a cadere è Fausto .Il proiettile lo colpisce all'addome; gli altri tre in rapida successione all'emitorace sinistro,al braccio destro e alla regione lombare sinistra..Lui compie una torsione su sé stesso .Un quinto proiettile lo raggiunge di striscio bucando gli indumenti.Poi tocca a Lorenzo,Jaio per gli amici.Tre colpi lo fanno crollare sul marciapiede:Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio è a breve distanza,centrato più volte mentre tenta una fuga impossibile.Dopo quei colpi che sembrano petardi scende un silenzio irreale.La strada si fa ancora più scura e nel buio scappano gli assassini.Polizia e carabinieri ammetteranno che si tratta professionisti,che nulla è stato lasciato al caso. Killer che avevano già sparato altre volte:conoscevano le armi,come utilizzarle senza silenziatori.Due ragazze appena entrate dall'oratorio,si affacciano dalla finestra e notano tre persone fuggire e due corpi riversi in una pozza di sangue.Alla polizia diranno che avevano sentito come dei petardi.Anche la perpetua della chiesa, che in quel momento si trova nell'abitazione che dà su via Mancinelli,intuisce che qualcosa non va e avvisa il parroco,Don Carlo Perego,uno di quei preti di quartiere che ha visto crescere tutti i ragazzi in un'unica strada.Si avvicina,riconosce Jaio e Fausto.Si china come in un atto di pietà e raccoglie il corpo mancante di Lorenzo Iannucci che gli spira tra le braccia:Poi in un momento di lucidità torna a casa e avvisa il 113.Don Perego piange come un bimbo,si dispera.Pensa a quanto sia ingrata la vita."Perché proprio loro?-continua a chiedersi."Erano così giovani,non avevano mai fatto di male a nessuno.Fausto veniva ancora sul campetto dell'oratorio insieme con Lorenzo e io li facevo entrare purché si limitassero a giocare al pallone e non parlassero con i nostri ragazzi di politica".Detta queste parole mentre la via inizia a brulicare di persone.Ragazzi come loro,di quel quartiere nella periferia est di Milano che frequentano il Centro Sociale Leoncavallo.Nel quartiere c'è chi offre la sua versione."Quella via era un pericolo-grida un conducente dell'autobus appena rientrato nella vicina rimessa dell'Atm di via Teodosio.Una ragazzina si scansa dal gruppo e piange.Il corpo di Lorenzo e' ancora coperto da un lenzuolo bianco mentre quello di Fausto viene trasportato all'Ospedale Bassini in un disperato tentativo di salvarlo. C'e' un via e vai di gente di ogni tipo.Ragazzi del Centro Sociale si mischiano ai tanti abitanti del Casoretto che vengono a rendere omaggio a due giovani delle loro strade.Giornalisti armati di taccuini cercano una verità credibile ma le fonti istituzionali percorrono disordinatamente piste di ogni tipo. C'è chi mette le mani avanti.Il capo di Gabinetto della Questura Bessone si lascia andare,parla a braccio con alcuni cronisti ."E' chiaro.Si tratta di un regolamento di conti,una faida fra gruppi della nuova sinistra o inerente al traffico di stupefacenti":Nessuno gli crede.Ci guardiamo stupiti.Traffico di stupefacenti?Faide tra gruppi?La matrice di destra di quell'omicidio e' ben chiara ,viene sussurrata da molti quella sera ma non ci sono prove.Gli assassini agiscono con la massima sicurezza. Così come altrettanto certa risulta la loro provenienza. I tre scappano verso il Centro Sociale Leoncavallo anziché fuggire verso la più vicina Piazza San Materno.Forse perché non conoscono la città.Molti assistono alla dinamica dell'agguato.Lo si saprà più tardi analizzando le varie controinchieste che Lotta Continua,Avanguardia Operaia e il Movimento Lavoratori per il Socialismo.Vicina ai killer si trova una testimone oculare,Marisa Biffi.Mette a verbale ciò che ha visto.(Agli atti delle inchieste dei giudici Spataro,Barazzetta ,Mascarello e Salvini).

"Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede e si trovano a 5-6 metri da me.Contemporaneamente un altro giovane e' leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi tanto che penso che quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma da fuoco. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che e' piegato su se stesso cade in terra.Solo allora comprendo che e' successa una cosa pazzesca e mi avvicino al giovane caduto anziché entrare subito nella parrocchia.Scorgo la fisionomia di un ragazzo steso per terra in una pozza di sangue.Subito oltre il suo corpo e quindi più vicino alla via Leoncavallo,c'è davanti a me, ad un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra.Posso senz'altro affermare che quello che cade per primo e' Lorenzo Jannucci mentre quello già steso a terra e' Fausto Tinelli.Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna parola,neppure un'invocazione di aiuto.Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio,avviandosi verso via Leoncavallo.Escludo di aver visto mettersi in moto una macchina verso via Mancinelli, subito dopo gli spari.Noto che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano.Mi pare che lo abbia diretto verso il killer che si contorce e che entrambe le mani stanno dentro il sacchetto.Il giovane sta sparando verso Jannucci .Non ho visto altri sacchetti nelle mani dei due giovani e non ho neppure visto alcuno di loro assumere un atteggiamento quale quello che può assumere uno sparatore.Secondo me allo Jannucci spara una sola persona.Forse i colpi sono attutiti da un arma dotata di silenziatore .Ripeto :ho la netta impressione che il sacchetto bianco sia di plastica e che l'assassino vi tenga le mani dentro".
Il pomeriggio per Fausto e Jaio inizia tardi,come ogni sabato.Fausto esce dal portone della sua casa in via Montenevoso 9 alle 16,3O.Molti testimoni interrogati dal magistrato Armando Spataro lo vedono intorno alle 17 al Parco Lambro.Poi dopo aver scambiato qualche battuta con amici si alza dall'erba e se ne va.Sono le 18,3O.Anche Jaio quel pomeriggio si trova nel "pratone" del Parco ma non insieme a Fausto:Lorenzo si dilegua alle 17 mentre Fausto arriva.Si reca in Piazza Duomo dove lo attende Celina Hernadez,la sua ragazza.Vanno a spasso insieme,mano nella mano come due innamorati;osservano le vetrine del centro,entrano in un bar, poi alle 19 prendono la metropolitana.Da Duomo a Pasteur il tratto è breve,solo una manciata di minuti. Jaio ha un appuntamento,proprio con il suo amico Fausto.Di sabato si usa andare da Danila che cucina bene ed e' felice di vederli insieme.Si trovano in trattoria,quella che sta davanti al Centro Sociale Leoncavallo,La Creuta Piemonteisa.Celina torna a casa.E' l'ultima volta che bacia il suo Jaio.Fausto arriva un pò in anticipo.Alle 19 si siede vicino all'entrata con Maurizio.Si ride,si parla.Si tira mezz'ora poi dalla porta spunta Jaio,sorride,si scusa."Capitemi anche voi-dice mentre guarda verso Fausto."Capisco,capisco ma ora c'è il risotto,altrimenti Danila si arrabbia e ha tutte le ragioni di questo mondo".Sono le 19,35.Passano pochi minuti e Fausto e Jaio escono dal locale.Una ragazza del Centro dichiara che fuori dalla trattoria,che ha dei teli sulle vetrine,si vedono come delle ombre cinesi che si allontanano.Nel locale gli avventori notano la presenza di tre individui mai visti prima di allora.Hanno circa vent'anni, alti un metro e settanta.La descrizione combacia perfettamente con quella degli assassini.Secondo la ricostruzione di due giornalisti di Radio Popolare,Umberto Gay e Fabio Poletti,i due ragazzi non entrano subito da via Mancinelli ma per un motivo ancora inspiegabile" si incamminano lungo via Lambrate in direzione di Piazza San Materno per poi risalire lungo via Casoretto".La circostanza smentisce almeno tre controinchieste del Quotidiano dei Lavoratori,Lotta Continua e La Sinistra.Lc di venerdì 24 Marzo 1978 scrive che "gli assassini li attendevano fuori dalla trattoria e dopo aver visto Fausto e Jaio uscire e imboccare via Mancinelli sono saliti su una moto e una macchina che ha girato intorno all'isolato del deposito ATM Teodosio che si percorre a piedi in cinque minuti mentre dalla trattoria al luogo dell'agguato,due persone che parlano tra loro ci impiegano lo stesso tempo".Anche il quotidiano dell'MLS, La Sinistra, si cimenta in una ricostruzione analoga."Dopo essersi accertati della presenza dei giovani del centro sociale nella trattoria,magari appostandosi nella stessa via Leoncavallo con le vetture,gli assassini avrebbero aspettato che qualcuno di questi imboccasse via Mancinelli per far scattare la trappola:con i mezzi il commando si sarebbe fatto trasportare in via Casoretto-Piazza San Materno percorrendo via Teodosio o via Lambrate in tempo per scendere dalle vetture e incrociare Fausto e Jaio in via Mancinelli".Gay e Poletti portano nuove prove alla loro tesi. C'è la testimonianza dell'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli.Li sente parlottare."Commentavano i titoli delle edizioni straordinarie dei giornali sul caso Moro"-dice con assoluta certezza."Si sono fermati per pochi secondi poi sono andati verso il deposito dell'Atm".Sono le 19,55, qualcosa li attira dentro via Mancinelli.Ad attenderli ci sono i killer. Sono in tre.Due hanno l'impermeabile bianco con il bavero alzato.L'altro indossa un giubbotto marroncino chiaro,di finto cammello.Formano un capannello davanti al portone dell'Anderson Scholl. Gay e Poletti sostengono che almeno uno degli attentatori e' conosciuto ai ragazzi.Ma Ornella Rota della Stampa ,il 22 marzo 1978 dice che Marisa Biffi,la testimone oculare,vede i cinque fronteggiarsi per pochissimi istanti .

"Potrebbe confermare che prima di sparare gli assassini hanno voluto assicurarsi che Lorenzo e Fausto fossero del centro sociale".Ci sarebbe un altro teste,un certo Tiziano.Abita in via Casoretto 8.Esce di casa poco prima delle 20,riconosce Fausto e Jaio che imboccano via Mancinelli.Li saluta.Bastano pochi secondi per capire ciò che sta per accadere.Vede due giovani che corrono in direzione di via Casoretto,come se fossero appostati nella piccola rientranza tra l'edicola e l'angolo della via. I due corrono velocemente.Uno prende al volo l'autobus 55,porta un giubbotto marroncino,capelli ricci,castano chiaro. L'altro si guarda intorno,lo accoglie un attimo di indecisione.Poi si allontana in via Accademia.Verso le 20 un anziano passante scorge un movimento strano.All'angolo tra via Casoretto e Piazza San Materno giungono una macchina e una moto che si fermano solo il tempo necessario per far scendere tre giovani,due con l'impermeabile chiaro e il bavero alzato,uno con il giubbotto.Il commando era dunque formato da cinque persone.Due coprivano i tre killer dentro via Mancinelli.Dovevano per forza conoscere la zona,forse ci abitavano pure.Avevano condotto i killers venuti da fuori nel luogo del delitto poi,a lavoro finito,si sono dileguati nel nulla.Gay e Poletti,nel loro dossier del marzo 1988,ricordano che" i due giovani visti da Tiziano non sono stati notati da Marisa Biffi,la cui attenzione era attratta dal gruppo dentro a via Mancinelli."

In quella via Fausto e Jaio trovano la morte.I tre assassini sono armati ma solo uno,il più grande del gruppo,quello più esperto estrae una Beretta 8O ed esplode otto colpi calibro 7,65 con proiettili mantellati di tipo Winchester.I ragazzi del Casoretto sono proprio davanti all'assassino,lo guardano in faccia.Lui spara a freddo,prendendo accuratamente la mira,incurante del tempo che passa e dei testimoni che possono riconoscerlo mentre i due complici lo proteggono a breve distanza.Uno di loro ha in mano una calibro 9.L'arma che uccide è automatica e il sacchetto di cellophane o di tela visto da Marisa Biffi è senza dubbio uno stratagemma per evitare l'espulsione dei bossoli.Un sistema diffuso negli ambienti della malavita romana .Così si spiegherebbe la contraddizione tra il rumore prodotto dalla pistola,descritto da quasi tutti i testi come attutito o scambiato per mortaretti e petardi,con l'impossibilità di utilizzare un silenziatore su una pistola a tamburo,cosa invece possibile per un'automatica.Qualche ora dopo l'omicidio viene rinvenuto,come scrive il giovane cronista dell'Unità Mauro Brutto,un proiettile schiacciato che era accanto al corpo di Jaio.Nessuno lo ha notato,e' posto in una rientranza del marciapiede. Mauro sa che quella è una prova in grado di indirizzare gli inquirenti sulla pista giusta."Riconoscere a prima vista il calibro di un proiettile schiacciato non è cosa facile neppure per un esperto".

Anche sulla dinamica dell'omicidio Brutto prova a tracciare un suo identikit del killer.Lo fa da esperto giornalista di nera preso da una forte emozione : quella storia di ragazzini di quartiere ammazzati in modo barbaro lo ferisce."E' stato possibile compiere una prima analisi sui due corpi che riconferma la ferocia degli assassini e la chiara volontà di uccidere.Iannucci è stato raggiunto da due colpi alla gola,sparati dal basso verso l'alto,come se il killer avesse estratto la pistola improvvisamente,mentre era a lui vicino.Sul corpo di Tinelli sono stati contati 7 fori di entrata:due al torace,uno nella regione ascellare destra,uno all'inguine dalla parte destra,uno al braccio destro,uno al gluteo destro e l'ultimo al fianco destro.E' evidente che ha continuato a sparare al giovane anche dopo che era caduto a terra".Mauro parte di prima mattina,controlla le sue fonti,passa più tempo a verificare i fatti che a scriverli.Fuma sessanta Golois senza filtro al giorno.Era un cronista di strada.Di sera torna in redazione.Me lo ricordo.Toglie il suo impermeabile rigorosamente bianco,mette sul tavolo le lattine di birra e i pacchetti di sigarette.Rimane lì fino a tardi,con la sua luce fissa e migliaia di carte che incolla.Sono appunti ,brogliacci,fogli."Poi quando penso di essere alla fine della mia inchiesta li srotolo e tutto mi sembra più chiaro".Mauro e' arrivato molto vicino alla verità.Quel caso lo appassiona più di ogni altro.Dal 18 marzo 1978 lavora giorno e notte,come un infaticabile macchina cerca-notizie.Lo dirà anni dopo a Danila,la mamma di Fausto:"Ebbi l'impressione che fosse giunto al termine della sua inchiesta"-ricorda con tanta commozione."Mauro venne a casa mia come un amico di lunga data.Stava lavorando sul connubbio tra trafficanti di eroina,fascisti milanesi e romani,apparati dello Stato,me lo aveva confidato".Disse che "la verità di Fausto e Jaio non era così chiara come qualcuno voleva farla apparire".Ora Mauro non c'è più ma le sue intuizioni rimangono stampate nero su bianco.Una auto bianca lo investe in circostanze misteriose in via Murat ,alle 20,45 del 25 novembre 1978,pochi mesi dopo l'omicidio del Casoretto mentre ,pochi minuti prima ,si era recato in un bar ad incontrare una persona rimasta senza volto,probabilmente una fonte.Quel giorno che morì, secondo l'amico e collega Beppe Ceretti ,"doveva recarsi a Lambrate e in Piazza Maciachini".Esce dalla sua macchina,una Cytroen Pallas rosso amaranto ed entra nel bar tabacchi in via Murat all'altezza del numero 36.Rimane il tempo per comprare due pacchetti di sigarette,le sue Golois,beve un aperitivo poi schizza fuori.Supera la prima metà della strada,proprio sulla striscia bianca che divide le carreggiate.Guarda da una parte,c'è una Fiat 127 rossa,attende il passaggio ma nella direzione opposta appare una Simca 1100 bianca che viaggia a 70 chilometri all'ora.


La macchina punta su Mauro,lo coglie di striscio,quanto basta per farlo finire sotto le ruote del 127 che lo travolgono schiacciandogli cranio e torace.Questa almeno rimane la versione ufficiale.Molti non credono alla tesi dell'incidente.Dario Brutto,il fratello di Mauro,non si è dato pace fino a poco prima di morire d'infarto."E'un omicidio,la tipica dinamica di un falso incidente.Solo mafia o uomini dei servizi possono colpire in quel modo".Dario fa l'avvocato.Spende parte della sua vita per trovare una verità sul caso di suo fratello che ,per molti versi,si interseca con quello di via Mancinelli.Mauro indaga su Fausto e Jaio da diversi mesi.E' un caso diverso da quelli che abitualmente gli toccano in cronaca:le bische clandestine di Francis Turatello,i traffici di Epaminonda,il rapimento di Cristina Mazzocchi.E ancora droga,racket ma anche inchieste di straordinaria lucidità sul terrorismo e sulla delinquenza politica.Lui aveva capito che per afferrare brandelli di verità bisognava lavorare senza tregua componendo assieme infiniti dettagli.Nella sua casa si ritrovano giovani cronisti che tentano di accostare pezzo dopo pezzo quell'intricato puzzle fatto di indizi.Umberto Gay parla di quel lavoro."La controinformazione era rischiosa perchè dovevi andare spesso a cercare le fonti nel campo avverso ed eri comunque un soggetto facilmente identificabile.Questo lavoro mi ha fatto conoscere Mauro Brutto,fu lui che influenzò in modo decisivo la mia decisione di fare il giornalista d'inchiesta. Mauro fu il primo ad occuparsi del caso di Fausto e Jaio,cercando di capire il motivo di quell'agguato e i risvolti oscuri della vicenda.Se ne occupava in tutti gli spazi liberi di tempo.Aveva lavorato in precedenza per una rivista francese della sinistra,Maquisard,il partigiano.Il suo lavoro iniziale è risultato fondamentale per la riuscita del nostro dossier.Io vorrei ricordare che Mauro Brutto morì investito da un'automobile,una Simca 1100 di cui non si è saputo più nulla.Malgrado fosse molto stimato e conosciuto negli ambienti della Questura milanese,furono svolte poche indagini per accertare le circostanze che determinarono la sua morte.Se dovessimo redigere un documento ufficiale diremmo che Mauro Brutto è stato ucciso da un'auto pirata,ma ci sono molte cose che non convincono,sulla dinamica dell'incidente".Quella sera in via Murat il corpo di Mauro finisce sotto la 127.Alla guida c'era Aldo Barbieri,lì accanto sua moglie Daniela.Il racconto del signor Barbieri è fin troppo preciso."Stavo percorrendo via Murat in direzione di via Marche,quando all'altezza del numero civico 38 ho visto il pedone che attraversava la carreggiata proveniente da sinistra.Ho lampeggiato ripetutamente e lui si è fermato sulla linea di mezzeria.Nel senso opposto giungeva ad almeno 70 chilometri orari una Simca bianca che invadeva anche la mia corsia e che non ha affatto rallentato,sembrava puntare sul pedone".

In pochi minuti via Murat è piena di volanti della polizia,carabinieri,magistrati.Uno spiegamento esagerato per un semplice incidente. A provocarlo è una misteriosa telefonata al 113,fatta da uno sconosciuto:"Accorrete in via Murat perché c'è stata una sparatoria ".Mauro porta inoltre con sé un grande borsello con la tracolla che,in seguito all'urto,è caduto al centro della corsia opposta a dove giace il corpo.Molti testimoni dicono di aver visto una mini minor rossa passarci sopra e trascinarlo via.In particolare Agostino Ribolla segnala agli agenti di avere sentito il rumore del trascinamento del borsello.Lì dentro ci sono documenti importanti,un vero e proprio dossier : viene ritrovato in via Populonia,a pochi passi da via Murat ma del contenuto scottante non vi e' più traccia.Brutto Un giorno mentre e' in via Arquà,nei pressi di via Mancinelli deve sfuggire a tre colpi di pistola.Prende al volo un taxi che lo porta lontano dagli attentatori.E' andato al Casoretto per l'inchiesta su Fausto e Jaio,forse per incontrare una persona in grado di passargli importanti informazioni.Ciò accade dieci giorni prima di morire.Ma c'è un'altra pista .Mi è stata raccontata da Gerry che per quindici anni ha lavorato alla rivista Maquis,specializzata in terrorismo e servizi segreti internazionali."Mauro Brutto si stava inoltre occupando delle infiltrazioni nelle Brigate Rosse da parte dei servizi italiani.Avrebbe scritto un lungo articolo per la rivista Maquis.Poco prima dell'incidente di via Murat venne avvertito dal giornale che l'inchiesta si faceva un pò troppo pericolosa.Tre giorni dopo una Simca bianca stroncò la sua giovane vita.Strane coincidenze".Due giorni prima di morire ,Mauro si presenta al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Milano e cerca il colonnello Gerolamo Cucchetti.Vuole consegnare un dossier su Fausto e Jaio.Rimangono le sue intuizioni sul caso di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."C'era un vuoto di dieci minuti nella ricostruzione di ciò che è avvenuto sabato 18 marzo in via Mancinelli al Casoretto.Un vuoto che era già apparso come l'elemento risolutivo del caso." -scrive sulle pagine dell'Unità.Qualcuno in Questura aveva fatto circolare la voce che la pistola fosse a tamburo,tipo calibro 32 ma Mauro smonta il tentativo di depistare l'indagine ."E' un'ipotesi tirata per i capelli come del resto quasi tutte quelle formulate.Non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero aver modificato la pistola le cui munizioni,le 7,65,sono normalmente in commercio e facilmente reperibili".Il cronista non è avaro di particolari."C'è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica.Per questo motivo sul luogo dell'omicidio non sono stati trovati i bossoli ed i testimoni hanno sentito colpi ovattati.Un particolare che conferma il livello di professionalità:gli assassini non hanno voluto rinunciare al vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia che in qualche modo poteva portare a loro.La necessità da parte degli assassini di sfruttare la rapidità di tiro delle automatiche indica che intendevano essere certi di uccidere nel minor tempo possibile per non dare ai testimoni la possibilità di descrivere,anche in modo approssimativo,i loro volti".Un racconto minuzioso. E loro,i killer,dove corrono? Seguiamo i tre in via Mancinelli.Potrebbero tornare verso via Casoretto ma scelgono di percorrere l'intera via,lunga trecento metri,con il rischio di imbattersi in qualche macchina di polizia e carabinieri.Con le armi in mano iniziano la lunga corsa.Si voltano intorno.Scorgono le sagome dei corpi senza vita di Fausto e Jaio,gli voltano le spalle.Uno di loro,quello più alto,lo sparatore si accorge che una donna li ha visti ma è certo che il buio di quella via non avrebbe mai potuto permettere la completa identificazione .Nel silenzio di quella sera si sente il rumore delle scarpe sull'asfalto. I due giovani con l'accento romano , l'impermeabile bianco e il bavero alzato percorrono il marciapiede di sinistra mentre quello con il giubbotto marroncino prosegue a destra. E'una fuga che dimostra la sicurezza di non essere riconosciuti ed eventualmente la decisione di sparare anche su chiunque li volesse fermare.Se fossero scappati verso Piazza San Materno avrebbero trovato bar e trattorie aperte:inoltre davanti al ristorante" Il Faro" staziona una macchina dei carabinieri; via Mancinelli e' buia e deserta,così come il centro sociale Leoncavallo e' chiuso,dato che il concerto inizia più tardi.

I killer corrono fin quasi all'angolo con via Leoncavallo. Lì,a pochi metri,c'è l'ingresso a un garage pubblico che conduce anche al retro del Centro.Esce Natale di Francesco,un uomo claudicante, che incrocia i due: dirà poi che avevano tra i 18 e i 2O anni , che erano alti un metro e settanta e indossavano impermeabili chiari. L'altro del commando prosegue sul marciapiede di destra e all'altezza del deposito incrocia una macchina dei carabinieri che procede in senso opposto.Il fatto,decisamente inquietante,viene reso noto da Lotta Continua.Il quotidiano scrive che "mentre i tre,due su un marciapiede e il terzo sull'altro,arrivano quasi in fondo a via Mancinelli,sta entrando in contromano proveniente da via Leoncavallo la prima gazzella dei carabinieri:i tre si mettono a camminare,due entrano mentre passa la gazzella,in un cortile che dà anche sul retro del Centro Sociale:l'altro entra in via Chavez".Se fosse confermata questa versione ,una macchina dei carabinieri avrebbe incrociato per pochi secondi uno degli assassini di Fausto e Jaio senza però fermarlo,chiedergli almeno i documenti.

"Era una voce che avevamo raccolto nella zona da un testimone ma non so dire se corrisponda al vero"-dice il compianto Angelo Brambilla Pisoni,alias Cespuglio, che per il giornale condusse inchieste approfondite.Secondo altre testimonianze mai ufficializzate dalla polizia quello con il giubbotto marroncino avrebbe attraversato via Leoncavallo a piedi e raggiunta via Chavez si sarebbe dileguato con una moto di grossa cilindrata guidata da un complice verso via Padova.

La scena si sposta a pochi metri dal luogo dell'agguato.Sono le 20,05.Una moto sfreccia in Piazza Durante proveniente proprio da viale Padova,incrocia volanti e gazzelle che stanno andando in via Mancinelli.In una cabina telefonica una ragazza capisce che la moto è in difficoltà ,procede a zig zag tra il traffico e un ragazzo con un giubbotto marroncino lancia in una siepe dei giardinetti pubblici una pistola Beretta calibro 9 con il numero di matricola limato,il colpo in canna e sei proiettili nel caricatore.Il fatto viene descritto anche da Angelo Palomba,abitante in via Garofalo 46.Non e' l'arma che uccide Fausto e Jaio ma e' pronta a fare fuoco in caso di bisogno.La moto sembra dileguarsi nel nulla.Passano pochi secondi e un'altra ragazza che si trova in Piazza Aspromonte la vede passare,ci sono due giovani a bordo,quello dietro scende ,armeggia sulla targa e toglie una specie di mascherina .Si fa coraggio e si presenta ai carabinieri: mette a verbale la sua descrizione dell'uomo del commando."Era alto un metro e Settanta,capelli scuri mossi,ha circa 25 anni,indossa un giubbotto marrone chiaro".Gli assassini scappano in direzione via Leoncavallo e non si capisce la ragione.Un particolare che lascia perplesso anche Carmine Scotti,poliziotto della narcotici e della Digos di Milano,ora alla Questura di Cremona.E' il primo ad indagare inquadrato nella polizia giudiziaria,per conto del magistrato Armando Spataro.Un caso che gli sta a cuore.Ancor oggi."Mi resi conto che era gente che veniva da fuori Milano.Gran parte di loro erano professionisti ,avevano già sparato ma provenivano da un giro diverso da quello della criminalità comune.Lo capiì da come si vestivano.Appartenevano ad un ceto diverso da quello di Fausto e Jaio.Usavano gli impermeabili chiari come una sorta di divisa.Qualcuno anche per nascondere armi lunghe.Nel gruppo uno dei tre era scafato,per modalità di esecuzione,per scelte logistiche.Venne scelto con cura il luogo:buio,isolato,vicino alla stazione Centrale e la tangenziale est".

Sono pochi i buchi neri sulla meccanica dell'agguato.In molti pensano che Fausto e Jaio possano aver conosciuto i loro aggressori.Lo scrivono su alcuni giornali.Insinuazioni pesanti,messe in giro ad arte per spostare le inchieste che seguono in altre direzioni.Esattamente come per tutte le stragi. Mauro Brutto dell'Unità non lascia dubbi."L'unico dato certo che polizia e magistrato hanno confermato alla stampa è che Lorenzo e Fausto sono caduti in un vero e proprio agguato e non sono state vittime di una lite o di un diverbio scoppiato all'improvviso.Anche se i due ragazzi sono stati visti da alcuni testimoni parlare con gli assassini,costoro li avevano attesi lungo la strada che portava a casa di Tinelli,con in tasca pistole avvolte in sacchetti di plastica per impedire ai bossoli di cadere in terra e cancellare un importante traccia ".Qualcuno decide la morte dei ragazzi del Leoncavallo ma un fatto,una circostanza li induce ad accelerare l'agguato.Quale?Fausto e Jaio erano seguiti da giorni,così come Danila,la madre di Fausto."Mi seguivano macchine targate Roma e una moto di grossa cilindrata targata Milano- dice Danila -Il padrone della moto era uno di Vimercate .L'avvocato Mariani (parte civile per la famiglia Tinelli) ne possiede perfino il numero di targa.Tra dicembre 1977 e Gennaio 1978 c'era una mini rossa che mi pedinava.Anche Fausto veniva seguito da almeno quattro settimane prima di essere ucciso".Nel Gennaio 1978 Fausto manifesta apertamente timori e paure che confida alla fidanzata ."Silvana sono preoccupato-dice- quando è sera mi guardo intorno e penso sempre che qualcuno mi segua.Non voglio passare più da Piazza Udine".Il padre di Silvana accompagnerà spesso il ragazzo a casa,in via Montenevoso 9.

Sono quasi le 17 del 18 Marzo 1978.Jaio e' già fuori casa e si incammina verso il Parco Lambro.Uno squillo di campanello rompe la routine di un tranquillo sabato pomeriggio a casa Iannucci."C'è qualcuno alla porta"dice Jaia,sorella di Lorenzo,rivolgendosi alla madre indaffarata nei mestieri di casa."Vado io ad aprire".E Jaia apre la porta.Vede un uomo di colore sui trent'anni ,probabilmente un africano che parla solo inglese e che sembra molto spaventato."Eight o'clock,eight o'clock,Danger,danger"-continua a ripetere meccanicamente mentre mostra un orologio al polso.La signora Iannucci e Iaia rimangono allibite."Cosa vuol dire?Pericolo alle otto".Si guardano senza capire. Perché quell'africano suona proprio il loro campanello?Che cosa lo agita tanto?L'uomo non conosce l'italiano non riesce a spiegarsi meglio.Mentre corre giù nelle scale ripete quasi meccanicamente il suo messaggio.Chi era ?Che cosa aveva sentito?Non c'è risposta ma nel quartiere Casoretto in molti sanno che si prepara qualcosa di grosso.Dovevano saperlo in tanti perché le modalità fin qui descritte portano ad una conclusione certa:solo una vasta rete di complicità può consentire ai killer di colpire e sparire."Non capì il senso della frase ma alla luce dell'omicidio avvenuto poco prima delle 20 l'uomo di colore forse voleva avvertirci che qualcosa sarebbe accaduto proprio a quell'ora".Di misteri l'omicidio del Casoretto è fin troppo intriso.Il padre di Jaio,Mario Iannucci,operaio della Nuova Innocenti, è alla finestra della sua abitazione al Casoretto.Vede un gran passare di macchine di polizia e carabinieri e di autoambulanze.Fin qui tutto è regolare.La sorella di Lorenzo sostiene che il fatto accadeva due minuti prima del duplice omicidio."La prova sta nell'orologio del campanile della chiesa di Piazza San Materno che suona due volte,tre minuti prima e tre minuti dopo l'ora,da sempre.Quella sera i rintocchi battono esattamente alle 19,57 e alle 2O,O3"mi dice Jaia con una sicurezza matematica.Da che parte provengono quelle macchine?Dove sono dirette?Chi le ha chiamate?Danila Tinelli racconta un particolare che conferma la tesi dell'omicidio premeditato e l'agguato in piena regola che sarebbe dovuto scattare da lì a pochi giorni."Quattro giorni prima che Fausto morisse arrivò una telefonata.Era una ragazza .Si presentava come amica di mio figlio.Mi chiedeva però che scuola faceva,a che ora ritornava a casa.Due giorni dopo,tornando dal lavoro ,mi scontrai sulle scale con una ragazza sui 21-22 anni.Vestiva elegantemente,all'ultima moda:stivali in pelle,soprabito,capelli castani con una riga da una parte.Una vecchietta che abitava nel mio palazzo mi disse che le si era presentata poco prima una ragazza .La descrizione combaciava perfettamente con quella che incrociai sulle scale. L'anziana signora cadde nella trappola.La ragazza le chiese vita,morte e miracoli di Fausto:notizie di ogni tipo,comportamenti,abitudini.Gli assassini erano in possesso di dati utili per far scattare il piano.Quando tornò a casa Fausto gli spiegai ciò che era accaduto.Mi disse che non conosceva nessuna persona con quelle caratteristiche .Sono convinta che la donna faceva parte del commando che uccise mio figlio".Il sabato che precede l'omicidio Danila ha come un presentimento."Sentivo l'angoscia crescere.Era sera e Fausto,Jaio e Ivano Valtesi uscivano da casa mia,credo fossero diretti al Leoncavallo per un concerto.Dissi loro di non passare da via Mancinelli,era troppo buia,perché qualcuno avrebbe potuto sparargli alle spalle.Quelle telefonate,la ragazza con l'impermeabile mi avevano fatto pensare che qualcosa di brutto potesse accadere a quei ragazzi,ne ero certa.Poi c'è un altro particolare.Fausto aveva abitudini regolari.Andava a scuola alla stessa ora.Alle 14,30 tornava a casa,mangiava,alle 16 prendeva il te con i biscottini,alle 17 andava al Leoncavallo,alle 20 circa era nuovamente a casa.Era facile colpirlo.Bastava seguirlo,controllarlo per poche ore ,come è stato fatto dai suoi assassini"..Danila racconta mentre le scende una lacrima sul volto."Fausto e Jaio sono stati trattati come fossero dei fantasmi.Invece erano persone in carne e ossa.Non facevano del male a nessuno.Sono stati anni duri,diciotto lunghi anni di silenzio.Noi chiedevamo giustizia,uno straccio di prova che potesse aprire il processo.Solo pochi ci hanno dato una mano.Oltre a te ci sono quelli del Centro,Brutto,Gay,Poletti.

E' lo stesso silenzio che anticipa la volontà di insabbiare,di dimenticare,come per tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese.Noi lì a chiedere giustizia.Gli altri,polizia e magistratura,a tacere.Si è fatto poco sul caso di Fausto e Jaio,si sono persi momenti preziosi,attimi che avrebbero potuto far emergere le trame nascoste che li portarono alla morte.Forse perché avevano diciotto anni,frequentavano il Centro Sociale,portavano i capelli lunghi.Forse perché non erano uomini potenti,magari dei ministri ".
dalla prefazione di
"Fausto e Iaio, la speranza muore a diciotto anni" di Daniele Bianchessi

Dentro il fronte... oltre il confine

Reggio Emilia / 20 - 22 marzo 2013
L'Istituto Alcide Cervi-Museo Cervi presenta:
WINTER SCHOOL 2.5
DENTRO IL FRONTE... OLTRE IL CONFINE
NUOVI ORIZZONTI DI STUDIO PER LA MEMORIA EUROPEA
20–22  Marzo 2013
Corso di formazione per docenti di ogni ordine e grado a.s. 2012-2013
APERTO A DOCENTI, STUDENTI, OPERATORI DELLA MEMORIA, CITTADINI E A TUTTI GLI INTERESSATI
In queste giornate di studio si propongono spunti di discussione, approcci di recente elaborazione che aggiornano gli strumenti didattici sull'articolata e ampia comprensione di un nuovo confine orientale, aperto ad un più vasto contesto europeo; e una più matura analisi della guerra di occupazione nazista in Italia, suggerita dalla recente presentazione del rapporto ufficiale redatto dalla Commissione italo-tedesca.
Nell'ambito dei percorsi formativi che l'Istituto Cervi da anni promuove, a partire da un percorso di conoscenza iniziato con la riflessione sul Confine Orientale, per sviluppare i temi storiografici della Winter School 2012
20-21 MARZO ore 15,00-18,00
DAL “CONFINE MOBILE” AL “NUOVO CONFINE EUROPEO”
LA CONFLITTUALITÀ DEL CONFINE NORD-ORIENTALE ITALIANO E L'UNIONE EUROPEA: IDENTITÀ POSSIBILI. 
Proseguendo sulla scorta dei precedenti corsi di aggiornamento (2011 e 2012) dedicati al 10 febbraio, istituito, attraverso la legge n. 92 del 30 marzo 2004, come “Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”, quest’anno s’intende incentrare la riflessione sulla parte finale del testo, che contestualizza le foibe e l’esodo  nel più ampio scenario della conflittualità storica del confine nord-orientale italiano.
La recente convivenza di Italia e Slovenia nella comune Unione Europea e, soprattutto, l’ingresso della Croazia previsto per il 1° luglio 2013, impongono a questi Stati la definizione di nuovi equilibri per il futuro, sia dal un punto di vista economico e politico, ma anche - e forse in primis – dal punto di vista delle identità, dei diritti e della convivenza democratica tra le diversità linguistiche e culturali che da sempre li caratterizzano. L’Europa Unita come orizzonte di riferimento, inoltre, disegna un nuovo spazio comune, entro il quale iniziare un percorso di conoscenza e di riflessione rispetto alle differenti memorie storiche dei paesi un tempo in conflitto, per poi giocare una difficile scommessa: l’elaborazione e il superamento del comune tormentato passato.
a cura di: 
Maria Luisa Molinari e Morena Vannini
Ne discuteremo insieme ai relatori: 
prof.ssa Marta Verginella, Università Ljubljana;
prof.ssa Mila Orlic, Università di Fiume;
Dott. Eric Gobetti, ricercatore indipendente
22 MARZO ore 10,00-17,00
ESEMPI DI POLITICHE DELLA MEMORIA DALLA PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO ITALO-TEDESCO ALLE  POSSIBILI APPLICAZIONI IN AMBITO EDUCATIVO/CONOSCITIVO
Dopo la presentazione ufficiale del lavoro svolto dalla commissione Italo-Tedesca sulla seconda guerra mondiale, lo scorso 19 dicembre, l'Istituto Cervi si propone come prima sede operativa dove discutere delle ricadute formative e divulgative della relazione. Un documento fondamentale per la ricerca ma anche per chi promuove nuovi percorsi di conoscenza nelle scuole e nella società civile. Insieme ai principali interlocutori di una possibile stagione di rinnovato impegno in tal senso, questo appuntamento è inserito nel filone di attività della Winter School, che, con il tema dei crimini di guerra, lo scorso anno ha più volte toccato la ricerca della Commissione Italo-Tedesca.
La tavola rotonda coinvolge, insieme al Coordinatore della Winter School Gianni Oliva e al prof. Pezzino già membro della Commissione e animatore della scuola di formazione, specialisti e studiosi che possono tracciare un programma di lavoro, sulla scorta dell'impegno congiunto di INSMLI e ANPI nazionale (rappresentati ai massimi livelli) di aprire un serio fronte di analisi e attività su una nuova memoria europea nei rapporti tra Italia e Germania. Affinché l'approfondito lavoro della Commissione produca da subito ricadute positive nella diffusione della conoscenza storica e nella rete nazionale degli istituti e dei luoghi di memoria.
Dalle Raccomandazioni finali della Commissione Italo-Tedesca:
[…] Italiani e tedeschi potrebbero così aprirsi a nuovi orizzonti di collaborazione nello spirito delle convinzioni europee, che i Ministri degli esteri di entrambi i paesi hanno ricordato al momento di istituire la Commissione.
TAVOLA ROTONDA
Partecipano:
Prof. Filippo Focardi, Università di Padova;
Prof. Nicola Labanca, Università di Siena;
Prof. Gianni Oliva, Coordinatore Winter School “Cervi”;
Prof. Paolo Pezzino, Università di Pisa;
Prof. Raoul Pupo, Università di Trieste;
Claudio Silingardi, Direttore Generale INSMLI;
Prof. Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI;
Rossella Cantoni, Presidente Istituto Alcide Cervi.
Le iscrizioni al corso sono aperte sino a venerdì 15 marzo 2013
Per informazioni e iscrizioni:
Istituto Cervi
Morena Vannini
tel 0522 678356
fax 0522 477491
didattica@istitutocervi.it
www.fratellicervi.it

L'Istituto Alcide Cervi è accreditato dal MIUR come Ente per la formazione prot. n.° AOODGPER. 6491 con decreto del 03/08/2011. Inoltre il seminario gratuito, essendo riconosciuto dal USP di Reggio Emilia per l'a.s. 2012-2013, dispone dell'autorizzazione alla partecipazione in orario di servizio per il personale scolastico di ogni ordine di scuola, ai sensi del art. 62 CCNL 2002/2005. 
fonte: A.N.P.I. NAZIONALE

Una lapide in memoria di Flavio Busonera

Padova / 18 marzo 2013
L'ANPI provinciale di Padova, invita a parteipare alla cerimonia di inaugurazione di una lapide in memoria del
dott. Flavio Busonera, impiccato in via S. Lucia il 17 agosto 1944 assieme a Clemente Lampioni e Ettore Calderoni
LUNEDÌ 18 MARZO 2013 - ORE 17,00
presso la sede dell'ex ospedale Busonera in via Gattamelata 64, Padova
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE

A.N.P.I.
ISOVERDE (GE)
domenica 24 marzo 2013
in occasione del 68° anniversario 
dell'eccidio di Cravasco

successivamente alla commemorazione dei caduti
presso il circolo A.R.C.I. di Isoverde "Casa del Popolo"
GRIGLIATA PARTIGIANA
la prenotazione causa spazio limitato è obbligatoria e si può effettuare presso la Casa del Popolo tutti i giorni escluso il lunedì fino ad esaurimento posti disponibili.
Tel. 010790077
PROGRAMMA DELLA GIORNATA:
  • ORE 10,15 Cravasco deposizione corone e commemorazione. Oratore Giacomo Ronzitti (Pres. Istituto            ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea).
  • ORE 12,30 Isoverde, Grigliata Partigiana 


A.N.P.I.
          Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
 Sezione di GenovaTeglia
           
                                  Celebrazione 68° Anniversario
                      Dell'eccidio di Rocca dei Corvi

                                                     Sabato 23 Marzo 2013
                                                             Programma
  •   Ore 9,30: Raduno in via Rocca dei Corvi (ex piazzale navalcavi)
  •   Ore 9,45: Corteo sino al cippo dedicato ai caduti trucidati dai nazifascisti
  •   Ore  10  :Benedizione al cippo dei caduti, officiata da Don Claudio Ghiglione,                      parroco di Trasta                                                

                                    
                                                      Oratore Ufficiale
                                                        Anna Dagnino                                                                            
                                           Assessore Comune di Genova               

Tutte le Società e Organizzazioni di vallata sono invitate a partecipare con la bandiera di rappresentanza.
In caso di pioggia l' orazione avverrà presso la sede ANPI in piazza De Caroli 4 a Teglia
E' gradita la partecipazione della cittadinanza.
Dopo la manifestazione verrà offerta  focaccia e vino bianco.


68° anniversario della Battaglia di Romagnano

Novara / 17 marzo 2013
La Sezione ANPI e il Comune di Romagnano Sesia invitano alla celebrazione del
68° anniversario della Battaglia di Romagnano del 16 marzo 1945
DOMENICA 17 MARZO 2013 
PROGRAMMA
Ore 9,30 - Raduno in Piazza 16 Marzo
Ore 10,00 - S. Messa sul Piazzale del Collegio Curioni celebrata da Mons.Federico Ponti
Ore 10,40 - Saluto del Sindaco di Romagnano Sesia, Carlo Bacchetta
- Saluto del Presidente della Sezione ANPI di Romagnano
-  Intervento del Vice Presidente del Consiglio Regionale Roberto Placido
-  Intervento degli studenti dell'Istituto Comprensivo "G. Curioni" di Romagnano
Ore 11,30 - Partenza del corteo e omaggio floreale ai Monumenti dei Caduti in Piazza 16 Marzo e Piazza Libertà
- Rinfresco nel cortile del Municipio
Presterà servizio la Banda Musicale Cittadina 
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE

Presentazione del libro "Il partigiano di piazza dei Martiri"

Belluno / 16 - 20 marzo 2013
L'ANPI provinciale di Belluno, l'Istituto Storico Bellunese e la Società Operaia Mutuo Soccorso “Felice Cavallotti” 1898 Lentiai, invitano alle presentazioni del libro
"Il partigiano di piazza dei Martiri"
Storia del siciliano che combatté i nazisti e finì appeso a un lampione
di Enzo Barnabà
16-17-18-20 marzo 2013 
La Jugoslavia e i Paesi nati dalla sua frammentazione, la seconda guerra mondiale e la lotta partigiana contro il nazifascismo sono i temi centrali di questo fine lavoro di ricerca storica. 
Al centro della vicenda c’è il partigiano Salvatore Cacciatore, detto “Ciro”, giovane siciliano che lasciò il seminario poco prima di prendere i voti per andare a combattere in Africa, poi a Pordenone. Tra il 1943 e il 1945 combatte nelle file partigiane e viene impiccato con tre compagni di lotta ai lampioni della piazza centrale di Belluno. È il 17 marzo 1945; da allora quel luogo sichiama Piazza dei Martiri. In questo libro c’è la sua storia, quella del movimento di liberazione nel Nord Italia e le vicende di un figlio alla ricerca del padre. 
L’autore, Enzo Barnabà, è nato a Valguarnera (Enna) nel 1944. Ha insegnato lingua e letteratura francese in Veneto e Liguria. Col ministero degli Esteri ha insegnato presso le Università di Aix-en-Provence, Abidjan, Scutari e Nikšic´. Vive in Liguria. Ha pubblicato 15 libri in italiano e francese, tra i quali Sortilegi(con Serge Latouche), Bollati Boringhieri, 2008 e Morte agli Italiani!, Infinito edizioni, 2010.
SABATO 16 MARZO 2013 - ore 18,30
Sala ITIS (Istituto Tecnico Industriale) - piazza Piloni, Belluno
Relatore: Mario Neri
DOMENICA 17 MARZO 2013 - ore 10,30 
Biblioteca comunale - piazza Roma, Perarolo di Cadore
Relatore: Enzo Barnabà
LUNEDI 18 MARZO - ore 18,00 
Sala lettura - Polo bibliotecario feltrino, piazza Maggiore, Salita Nicolò Ramponi, Feltre
Relatore: Giovanni Perenzin 
MERCOLEDI 20 MARZO 2013 - ore 18,00
Sede Società operaia Mutuo Soccorso “Felice Cavallotti” - via Mentana, 1 - Lentiai 
Relatore: Alfonso Lentini 
A tutti gli incontri sarà presente l’Autore 
ingresso libero 
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE

Il coraggio di respingere l'indifferenza e di sfidare il futuro


"Respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione”, in nome di quei che giovani che a partire dal 1943 ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro", questo in estrema sintesi il significato dell'intervento del presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, pronunciato il 9 marzo, in occasione della manifestazione di apertura del 70° anniversario della Resistenza, a Torino, al Teatro Carignano, per ricordare gli scioperi del marzo 1943.
Si avvia qui, oggi, nella splendida cornice di un bellissimo e glorioso Teatro, gremito, un lavoro che ci impegnerà  per i prossimi tre anni, per ricordare degnamente l’anniversario della Resistenza. Un avvio felice, bisogna dire, poiché oltre al ricordo ed alla rievocazione degli scioperi del marzo 1943, che saranno tenuti  dal Sindaco di Torino, Fassino, da un illustre storico come il Prof. Della Valle e dal Presidente Nazionale dell’Anpi a nome di tutte le Associazioni partigiane, ci sarà anche un importante tavola rotonda con i tre Segretari Generali delle Confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, da cui dovrà nascere non solo un giudizio su quei fatti, ma anche un’attualizzazione.
E’ bene, infatti, che ci impegniamo tutti a fare in modo che le “celebrazioni” del 70° riescano ad evitare il connotato “liturgico” e di pura celebrazione. E’ doveroso, certamente, ricordare gli scioperi del ‘43, un atto di enorme coraggio e di grandissimo impegno politico; è doveroso anche ricordare le vittime, perché vi furono arrestati e deportati e non pochi persero la vita. Ma è altrettanto, e forse più, doveroso cogliere l’occasione per cercare di recare un contributo alla conoscenza ed  alla valutazione dei fatti, da molti – ancora oggi – ignorati, per una riflessione sul loro significato e valore, anche alla luce del presente e del futuro.
E’ stata, dunque, una scelta positiva quella di abbandonare il carattere celebrativo che troppe volte ha contraddistinto le nostre manifestazioni sulla Resistenza, per cercare di comprendere appieno ciò che è avvenuto in Italia tra il ’43 e il ’45 e per cogliere il ruolo rappresentato dagli scioperi, nel contesto complessivo della Resistenza; nel quale essi si inseriscono a buon diritto, anche perché quelli del marzo 1943 furono solo l’avvio di un movimento, che continuò con gli scioperi dell’estate, dell’autunno, dell’inverno del ’43, per poi arrivare ai grandissimi scioperi della primavera 1944, in concomitanza con le iniziative della Guerra di Liberazione e in particolare della Resistenza armata.
La Resistenza, infatti, è stata una vicenda straordinaria, forse la più bella e significativa della storia d’Italia; una vicenda che colpisce anche per la sua complessità, perché la lotta armata si coniugò con la resistenza non armata, nelle sue mille forme e manifestazioni, perché – per la prima volta nella storia – si trovarono a reagire alla dittatura fascista e poi alla occupazione tedesca, persone di varie ideologie, di varie professioni e mestieri, uomini e donne uniti nella stessa ansia di libertà e di democrazia.
Anche se è ormai pacifico che gli scioperi, anche quelli del marzo 1943, furono contrassegnati da una forte carica politica, è altrettanto sicuro che essi furono effettuati da tanti lavoratori diversi per idee e per consapevolezza, ma concordi nel cercare non solo la protesta ma anche il riscatto. Così, in tutta la Resistenza, poterono operare insieme comunisti, socialisti, cattolici, liberali, perfino monarchici e molti anche semplicemente contrari al fascismo e ansiosi di libertà.
E’ in questo contesto che si inserisce l’esplosione del 5 marzo 1943 e dei giorni seguenti, che lasciò stupiti e impreparati molti cittadini e molti fascisti, questi ultimi – poi – pronti a reagire con la violenza del potere.

Ed è questa la ragione per cui sono contrario a ridurre la Resistenza ai venti mesi che vanno dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 ed a valorizzare soltanto gli aspetti della lotta armata.

La Resistenza fu un insieme di atti e di comportamenti, armati e non, diretti a contrastare la prepotenza fascista, a liberare il Paese dalla dittatura e dall’occupazione tedesca, a preparare un futuro di democrazia. Ed è in questo complessivo contesto che vanno considerati anche gli scioperi, come parte integrante di un movimento di liberazione estremamente complesso  e ricco.

Di questo quadro, intendo sottolineare prima di ogni altra cosa un dato che è la costante di tutto ciò che è stata la Resistenza: il coraggio e la responsabilità delle scelte.

Per meglio capirlo, occorre partire dalla contestualizzazione degli scioperi del marzo 1943, che aprirono – appunto – una fase di lotta e di impegno civile che si concluse solo con l’insurrezione del 25 aprile.

Quando i lavoratori di Torino incrociarono le braccia, alle 10 del 5 marzo, da più di 20 anni erano spariti l’associazionismo, la solidarietà di classe, lo sciopero. Era dal 1926 e più ancora dal 1930, con l’avvento del nuovo codice penale, che lo sciopero era diventato un reato. E quale reato! Il codice penale lo puniva, soprattutto se collegato a finalità politiche, con pene  severe, che – considerata anche l’aggravante  dello stato di guerra e quella della finalità coercitiva dell’Autorità - prevedevano una sanzione fino a 2 anni di carcere per i partecipi e fino a 4 anni per i capi e promotori.

Ma il fatto, inconcepibile per il fascismo, era di per sé inseribile anche fra i reati contro la personalità dello Stato; e in questo caso si passava dall’associazionismo sovversivo, punito da 5 a 12 anni, al disfattismo politico o economico, punibile con pena non  inferiore a 5 anni. La competenza non era più del Tribunale ordinario o della Corte di Assise, ma del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, (organismo più politico che giudiziario) o addirittura dei Tribunali Militari.
Ma c’è ancora di più: essere considerato sovversivo, allora, significava essere esposto a qualcosa di più immediato delle sanzioni penali: dopo l’arresto, l’invio ai campi di concentramento o di sterminio, dove il trattamento è a tutti noto. 

Di fatto, chi entrò in sciopero, sapeva a quali conseguenze andava incontro; e non era un’ipotesi teorica, perché, in effetti, furono centinaia gli arrestati o deportati; e di essi, non pochi non fecero più ritorno.

Eppure, al suono delle sirene, a partire dal 5 marzo, decine di migliaia di lavoratori entrarono in sciopero a Torino, a Milano, a Sesto S. Giovanni e in tanti altri luoghi (217 aziende e oltre 150.000 scioperanti, solo tra marzo e luglio).

Scioperi determinati da motivi economici, ma che contenevano qualcosa di molto più rilevante, dimostrando una frattura irreversibile rispetto alla continuità del regime fascista.

E furono soprattutto i fascisti a coglierne l’aspetto politico. Fu il comandante dei C.C. Hazon, fu il questore di Torino, fu il Capo della polizia Senise a cogliere lo sfondo politico e, a loro dire, “sedizioso” degli scioperi, perfino al di là della consapevolezza dei singoli manifestanti.

D’altronde, le parole d’ordine “pane e pace”, come la richiesta di fine della guerra erano incompatibili con l’accettazione della sopravvivenza del regime fascista.

Ebbene, la caratteristica fondamentale di questi scioperi, fu – appunto – il coraggio, l’accettazione dei rischi gravissimi e facilmente prevedibili.
E’ questo che dobbiamo ricordare, prima di ogni altra cosa, anche per far conoscere una realtà spesso dimenticata e sottovalutata, soprattutto da parte di generazioni abituate a sentire parlare dello sciopero come di un diritto e ad esercitarlo liberamente.

Un coraggio che accomuna queste azioni che oggi ricordiamo, a tutto il resto della Resistenza e colloca gli scioperi all’interno di essa.
L’impostazione che a lungo ha prevalso e di cui ho fatto cenno, pur comprensibile, non coglie tutti gli aspetti della Resistenza ampiamente intesa, che è composta da tutto ciò che è stato reazione e rivolta contro il fascismo e impegno contro l’occupazione nazista e contro la R.S.I., e comprende un insieme di atti e di comportamenti che hanno tutti alla base il coraggio delle scelte e la responsabilità.

E’ coraggio quello di chi intraprese e condusse la resistenza armata, ben conoscendo i propri limiti di preparazione e di esperienza militare e ben conoscendo l’enorme disparità di mezzi, strumenti ed uomini rispetto ad un esercito attrezzato e organizzato come quello tedesco. Eppure, quei combattenti – che spesso pagarono il loro coraggio con la morte – non esitarono ad affrontare i rischi, con la ferma  volontà di ottenere la liberazione del Paese, a qualunque costo ed a qualunque prezzo.
E’ coraggio quello degli scioperanti del ‘43, consapevoli dei gravi rischi cui andavano incontro.

E’ coraggio quello dei giovani renitenti  alla leva, che, al richiamo della R.S.I., si trasformarono in “sbandati” per sottrarsi all’arresto ed alle peggiori conseguenze e, molti, finirono poi per aderire alle bande che intanto si erano formate nelle montagne, oppure operavano nelle città.
E’ coraggio quello dei circa 600.000  militari che, dopo l’8 settembre, rifiutarono di aderire all’invito dei tedeschi e dei repubblichini a collaborare e in effetti, furono trattati – molti – non come prigionieri di guerra, ma come schiavi, alcuni finirono nei lager, e molti non fecero ritorno.

E’ coraggio quello del complesso di azioni e comportamenti che è stato giustamente inserito non già nel concetto di resistenza passiva, troppo riduttivo, ma in quello di “resistenza non armata”, che comprende tutti coloro che rifiutarono la guerra e contribuirono alla liberazione nei mille modi che la storia ci ricorda: dalle donne che, non solo combatterono con le armi, ma affrontarono il pericolosissimo mestiere di staffetta o furono amorevoli soccorritrici di prigionieri e feriti e misero in campo – nelle repubbliche partigiane - un complesso di “intendenza”, come scrivono alcuni storici, che andava al di là di qualunque esperienza del passato, ai contadini che spesso aiutarono i partigiani ben sapendo che se li avessero scoperti, tedeschi e fascisti, li avrebbero fucilati, e incendiate le loro case; ai sacerdoti che cercarono di difendere le popolazioni dalle violenze e brutalità, pagando spesso con la loro vita.
Questa è, dunque, la Resistenza, che oggi dobbiamo  ricordare nella sua interezza, proprio partendo da una vicenda, come quella degli scioperi della primavera del ‘43, così diversa dalla lotta armata, ma così ricca di implicazioni, di significati, di valori.

Questa è la Resistenza che dobbiamo non solo ricordare, ma prima di tutto far conoscere, contro ogni forma di negazionismo, di revisionismo o anche di semplice sottovalutazione. Una Resistenza da ricordare ad un Paese smemorato, che troppo spesso preferisce dimenticare o rifiuta di conoscere anziché menarne vanto ed esserne orgoglioso, come accade, invece, in ogni Paese a riguardo delle pagine più straordinarie della sua storia.

Perchè da questa Resistenza nasce non solo un ricordo e neppure solo una memoria che stenta a diventare collettiva, ma viene un grande insegnamento, di cui dovremmo fare tesoro. In quel coraggio delle scelte, degli scioperanti come degli altri, armati o non armati, c’è la forza di un esempio. Se negli scioperanti, così come in tutti i combattenti per la libertà, gli internati militari, le donne, i contadini, i sacerdoti, ci fosse stato un calcolo sui rischi, la Resistenza non ci sarebbe stata, il nostro Paese si sarebbe coperto di disonore ed a questo avremmo aggiunto il discredito di essere stati liberati da altri.

Quel coraggio, che non è fatto di spregiudicatezza e di sterile ardimento,  ma di consapevolezza e di volontà politica, dev’essere per noi un simbolo ed un incitamento.

Viviamo in tempi difficili e duri e stiamo attraversando una crisi che assume sempre di più caratteri drammatici e preoccupanti, riguardando – insieme – l’economia, la vita sociale, la politica e la stessa democrazia. Ma ne abbiamo viste tante, in questo dopoguerra, dagli attacchi alla Resistenza e alla Costituzione, alle iniziative e manifestazioni neofasciste, ai tentativi di  golpe, alle stragi di cittadini inermi, fino al terrorismo. E siamo riusciti a vincere le difficoltà, a superarle, con fatica, ma ritrovando ogni volta la solidarietà, la volontà di libertà e di democrazia, l’impegno collettivo.
Oggi, nell’affrontare le dure difficoltà di una crisi gravissima e l’incertezza che colpisce intere generazioni e soprattutto i giovani, dobbiamo riferirci a quegli esempi, richiamarci alle scelte ed al coraggio di chi seppe resistere, ai combattenti per la libertà, ai valori che li ispiravano  e che poi sono stati trasfusi in  una Costituzione molto avanzata, ma troppo esposta ad attacchi, insidie e pericoli. Nelle peggiori difficoltà, nei momenti più difficili, dobbiamo pensare a quegli uomini , a quelle donne che, a partire dal marzo 1943, ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro, assumendo le proprie responsabilità e considerando l’impegno civile e l’obiettivo finale superiori di gran lunga ai rischi che potevano correre.
In loro nome dobbiamo respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione” che ancora permea troppi cittadini del nostro Paese e ad esse contrapporre la volontà di riscatto, per uscire dalla degenerazione economica, sociale e politica in cui versa il nostro Paese. Dobbiamo anche ricordare che la Resistenza non è nata solo da una sterile protesta contro i fascisti e i tedeschi, ma è stato coraggioso impegno, sforzo di volontà per compiere scelte decisive e vincenti.
E’ con questa ispirazione che dobbiamo procedere alle celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza; restando ancorati fermamente al passato, a quegli anni straordinari, a quel movimento complesso che abbiamo definito “Resistenza”, a quelle aspirazioni non solo alla libertà, ma anche alla democrazia; ma nello stesso tempo dobbiamo sapere guardare al futuro, con il coraggio e il senso di responsabilità di chi si rende conto di avere un grande debito nei confronti di coloro che si sono impegnati per la nostra libertà, e un forte dovere verso quanti , da noi, si aspettano di ricevere sicurezza, libertà, uguaglianza e democrazia. Lo dobbiamo soprattutto ai giovani, che si trovano a vivere in una società ingiusta ed hanno il diritto di aspirare ad un presente e ad un futuro migliore di quello attuale e, infine, più degno di essere vissuto.
Carlo Smuraglia

FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE


Il Cordoglio dell’ANPI Nazionale 
per la scomparsa di 
Teresa Mattei
 

Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente della Presidenza onoraria dell’ANPI.

Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma.

Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa  combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare  la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a far realizzare - in piena autonomia -  ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969 dalla mostra del Cinema di Venezia.
Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra “battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi - accorato, pieno di senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile - rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.

Porteremo con noi - e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze e ai ragazzi - la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile amore per il Paese.

LA PRESIDENZA E SEGRETERIA NAZIONALE ANPI


Roma, 13 marzo 2013