Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224

Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224
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Goffredo Villa


Nato a Genova l'8 agosto 1922, fucilato a Genova il 29 luglio 1944, studente, Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.
Giovanissimo membro del PcdI, già verso la fine del 1941 aveva cominciato ad organizzare le cellule dei portuali genovesi. Era poi stato incaricato dal suo partito di continuare l'attività clandestina nelle province di Alessandria, di Torino e di Aosta. Entrato in contatto con gli studenti universitari Giacomo Buranello e Walter Fillak, Villa frequenta un Centro studi marxisti sino a che, nel novembre del 1942, finisce in carcere. La caduta di Mussolini gli consente di riacquistare la libertà e di riprendere l'attività politica clandestina. Subito dopo l'armistizio "Franco" (questo il suo primo nome di copertura), entrò nel GAP di Genova per passare poi, agli inizi del 1944, come commissario di Distaccamento, col nome di battaglia di "Ezio", tra i partigiani che avrebbero costituito la III Brigata Garibaldi "Liguria". Catturato dai nazifascisti alla fine di febbraio del 1944, il giovane è condannato a morte, ma è poi graziato in virtù dell'amnistia del giugno successivo. Fingendosi "ravveduto", accetta di essere avviato come telefonista al Distretto Militare di Genova. Villa ha così modo di svolgere un'intensa opera di informazione, sabotaggio e propaganda, sino a che non è di nuovo arrestato dei poliziotti dell'UPI del questore Veneziani. Rinchiuso nel carcere di Marassi il 7 luglio, il giovane antifascista è sottoposto a durissimi interrogatori Le torture non lo piegano ma quando, all'alba del 29 luglio, è trascinato dinanzi al Tribunale straordinario fascista, il suo volto è una maschera di sangue. Condannato a morte con Aleandro Longhi, Balilla Grillotti, Giacinto Rizzolio e Mario Cassurino, cadrà alle 5 del mattino, per mano di un plotone di Brigate nere, in quella che sarà ricordata come "la strage di Forte San Giuliano". A Goffredo Villa, che è stato sepolto nel cimitero di Staglieno, la città di Genova ha dedicato una delle sue più belle piazze nel quartiere Castelletto. Il nome del giovane partigiano, al quale fu intitolata una Sezione genovese del PCI, è stato dato anche ad una delle principali vie di Valperga, dove il ragazzo trascorreva le vacanze con la madre, Maria Colombatto, originaria del Canavese. Nel 2001, Lino Fogliasso ha pubblicato Goffredo Villa. Un martire ritrovato.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Walter Ulanowsky

Nato a Trieste il 6 luglio 1923, fucilato al Colle del Turchino (Genova) il 19 maggio 1944, studente.
Nel gennaio del 1944, interrotti gli studi alla Facoltà di economia e commercio dell'Università di Genova, Ulanowsky (che già aveva svolto nell'Ateneo attività antifascista), si aggregò alla Brigata Garibaldi "Liguria", che operava sull'Appennino ligure. Dopo breve tempo, al ragazzo fu affidato, col grado di capitano, l'incarico di ufficiale di stato maggiore. Col nome di battaglia di "Josef", lo assolse brillantemente sino a che, durante gli scontri sulle alture di Genova con imponenti forze nazifasciste, fu catturato alle Capanne di Marcarolo. Era il 10 aprile 1944. "Josef", portato nel carcere di Marassi, vi fu rinchiuso nella IV Sezione, a disposizione delle SS tedesche che lo seviziarono per alcune settimane. Il 16 maggio il giovane partigiano fu processato dal Tribunale tedesco che lo condannò a morte. Tre giorni dopo avvenne l'esecuzione nei pressi del Colle del Turchino, dove Ulanowsky cadde con altri sedici partigiani e quarantadue prigionieri politici uccisi per rappresaglia. Lo studente, prima di essere ucciso, era riuscito a scrivere un messaggio ai genitori e alla fidanzata. Le missive sono state poi pubblicate nel volume Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. A Padova, nel Tempio Museo dell'Internamento, è esposto un dipinto in bianco e nero del pittore Ciferri, che rappresenta il momento della fucilazione di Walter Ulanowsky.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Anton Ukmar

Nato a Prosecco (Trieste) il 6 dicembre 1900, deceduto a Capodistria (oggi Koper, in Slovenia) il 21 dicembre 1978, operaio.
Terzo di dieci fratelli di una famiglia di contadini d'origine slovena, dopo aver fatto a Trieste l'aiuto giardiniere, a 17 anni era stato assunto nella "Ferrovia meridionale". Giovane socialista nel primo dopoguerra, nel 1926 aderì al Partito comunista e, quando, l'anno dopo, fu trasferito dalla stazione di Opicina (Trieste) a quella di Genova, fu molto attivo tra i ferrovieri liguri. Il suo impegno sindacale gli valse il licenziamento e un foglio di via per il paese di origine. Seguì, a Prosecco, l'ingresso di Ukmar nell'organizzazione clandestina "Borba" (Lotta), che praticava contro il fascismo anche azioni di lotta armata. Poi l'espatrio in Jugoslavia per sfuggire all'arresto, il passaggio in Francia, il lavoro di direzione con Luigi Frausin, il soggiorno in URSS, l'impegno in Spagna prima come addetto al controspionaggio poi come commissario politico della 12a Brigata Garibaldi. Infine, nel febbraio del 1939, l'internamento nel campo di Argelès-sur-Mer, che Ukmar lascia per raggiungere l'Etiopia e affiancare Ilio Barontini e Domenico Rolla nella lotta contro i colonialisti fascisti. Nel 1940, l'infaticabile antifascista italiano è di nuovo nella Francia invasa dai tedeschi. I collaborazionisti francesi lo internano a Vernet d'Ariège e poi a Castres, ma Ukmar evade ed entra nel maquis del Sud della Francia. L'8 settembre 1943, eccolo rientrare in Italia per raggiungere la Venezia Giulia, ma a Milano il suo partito lo incarica di spostarsi in Liguria. Qui "Miro" (questo il suo nome di battaglia), comanda le formazioni partigiane della VI Zona con tale efficacia che, dopo la Liberazione, il Comune di Genova lo insignisce della cittadinanza onoraria. Alla fine del mese di maggio del 1945, Anton Ukmar (su invito dei rappresentanti jugoslavi in Italia) è già in Venezia Giulia, con incarichi dirigenti nel Partito comunista del Territorio Libero di Trieste. Il Territorio era, allora, sotto amministrazione alleata e Ukmar, che contravvenendo ai divieti degli Alleati vi aveva diretto uno sciopero generale, fu condannato a 4 mesi di reclusione. Per evitare il carcere, Ukmar passa a Capodistria (nella Zona B, sotto controllo jugoslavo). Lì ha modo, nel giugno del 1948, di pronunciarsi contro la messa al bando di Tito da parte del Cominform. Contro il verdetto moscovita va anche a Trieste, a polemizzare con i comunisti italiani, e si fa così arrestare dagli Alleati che lo rinchiudono nella carceri del Coroneo e gli fanno scontare la condanna comminata nel 1946. Quando torna libero, Ukmar resta a Trieste ma, nel 1956, decide di trasferirsi a Capodistria, ormai diventata Koper, dove avrà incarichi nel movimento antifascista e democratico, ma non svolgerà funzioni politiche di rilievo, salvo "testimoniare", sino ai suoi ultimi anni, in Italia e in Jugoslavia, sulla Resistenza. L'eccezionale contributo dato da Ukmar alla liberazione dal nazifascismo è stato riconosciuto, oltre che con la cittadinanza onoraria attribuitagli dalle Città di Genova e di Koper, da una Medaglia d'oro del governo italiano, dalla Bronze Star, dalle massime onorificenze partigiane jugoslave.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Rinaldo "Cucciolo" Simonetti

Nato a San Colombano Certenoli (GE) l'11 giugno 1928. Fucilato a Calvari il 2 marzo 1945.
La storia di "Cucciolo" è tutta in quel suo nome di battaglia, che gli affibbiarono i suoi compagni a causa della giovanissima età e del fisico da ragazzo, quando insistette, insistette e insistette ancora per far parte dei partigiani. Il fatto è che lui, povero ragazzo di campagna, nato e cresciuto in uno dei borghi più poveri dell'entroterra ligure, nei partigiani e nella loro battaglia ci credeva, con tanto slancio che non era soltanto spirito d'avventura, ma una sorta d'intuizione, di quelle, proprio, che hanno i cuccioli quando s'avviano sulla strada della perenne dedizione e fedeltà.
Entrato in distaccamento, addetto alla cura d'un prezioso mulo, dopo aver partecipato a tanti spostamenti da una valle all'altra dell'Appennino e azioni si trovò coinvolto nella grande avventura. Il gruppo di garibaldini di cui faceva parte, dopo essere rimasto di copertura al comandante "Bisagno", ferito, sino alla sua guarigione e partenza da un "casone" nella vallata di Lorsica, venne colto di sorpresa e catturato dai fascisti e dagli pseudo-alpini della "Monterosa". "Che ci facevi con loro?", chiesero al ragazzo. "Il partigiano", rispose. E quelli: "Adesso ti insegniamo noi a giocare al partigiano", e giù botte. Poi gli dissero che l'avrebbero perdonato, perché era così giovane. Ma quando decisero di fucilare i suoi dieci compagni, escludendolo dalla esecuzione, urlò con tutto il suo fiato: "Anche io sono partigiano come loro, insieme a loro dovete portarmi".
Decisero, infine, di aggregarlo al gruppo: sarebbe morto, poiché lo voleva. E lo tradussero, con gli altri, al bosco della Fregaia, nella valle di Fontanabuona, sopra Calvari; combinazione o calcolo che fosse, a un tiro di schioppo dalla sua casa: la si vedeva biancheggiare, nella fredda luce d'inverno, tra i rami spogli dei castagni, proprio di fronte al luogo dell'esecuzione. Egli chiese al comandante del plotone un foglio di carta per scrivere ai suoi cari. Scrisse sul foglietto di un taccuino poche parole di saluto, ma anche: "Muoio per la salvezza dell'Italia" e, con splendida ingenuità, tracciò in alto, sull'angolo della paginetta, una listerella nera, come certo aveva visto in qualche biglietto di lutto. Poi, dopo aver consegnato il foglio al cappellano, riprese posto tra i suoi compagni e si accasciò con loro, dopo la lunga scarica atroce, tra le foglie d'oro dei castagni che ricoprivano  il terreno. 
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Giovanni Serbandini "Bini"


Nato a Chiavari (Genova) il 16 agosto 1912, deceduto a Lavagna (Genova) il 22 marzo 1999, laureato in lettere, giornalista e parlamentare comunista, Medaglia d'Argento al Valor Militare.
Figlio di una maestra e di un ferroviere, aderì al Partito comunista nel 1938, mentre si trovava come insegnante a La Spezia. Arrestato dalla polizia fascista, Serbandini fu processato dal Tribunale speciale, che lo condannò a quattro anni di carcere. Già nel 1942 il giovane insegnante aveva ripreso l'attività politica clandestina e, dopo l'8 settembre del 1943, fu tra gli organizzatori della prima banda partigiana che si era formata sulle montagne liguri, a Cichero. Durante la Resistenza, "Bini" (questo il suo nome di battaglia, che nel 1970, per decreto del Presidente della Repubblica, poté aggiungere al cognome originario), fondò e diresse il periodico Il Partigiano. Questo foglio, dall'agosto 1944 alla Liberazione, fu stampato in quindici numeri a Bobbio, in Val Trebbia. Dopo la sconfitta dei nazifascisti, Serbandini fondò e diresse l'edizione genovese de l'Unità, che lasciò quando fu eletto deputato per il PCI. Parlamentare per due legislature, Bini è stato anche poeta. Fu lui a scrivere la motivazione della medaglia d'oro commemorativa consegnata ad Alcide Cervi, in memoria dei suoi sette figli caduti durante l'occupazione. Sulla Resistenza, Serbandini ha pubblicato nel 1961, presso Guanda, una raccolta di versi dal titolo Poesie partigiane. La decorazione al valor militare è stata concessa a Giovanni Serbandini Bini, nel 1990, con una motivazione che si conclude così: «...univa all'azione di comando e partecipazione alle operazioni partigiane, doti intellettuali di personale efficacia, nell'ambito della VI Zona operativa». Nel dicembre del 2004, la città di Lavagna, in collaborazione con la sezione locale dell'ANPI, ha deciso di intitolare a Serbandini la propria Biblioteca civica. Anche una strada di Fontanigorda (un paese dell'entroterra ligure, che fu spesso base dei partigiani), è stata intitolata al valoroso protagonista della Resistenza.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE
Remo Scappini
Nato ad Empoli (Firenze) il 1° febbraio 1908, deceduto ad Empoli il 15 giugno 1994, operaio, dirigente comunista.
A dieci anni cominciò a lavorare come garzone in una bottega di biciclette e a quattordici fu assunto come operaio in una fabbrica di fiammiferi. Nato in una famiglia di antifascisti (suo padre fu arrestato per aver partecipato allo sciopero generale del marzo 1921 ad Empoli contro le violenze dei fascisti fiorentini appoggiati dai carabinieri e agli scontri che ne seguirono), Remo cominciò l'attività politica raccogliendo fondi a sostegno dei detenuti. Divenne poi dirigente dei giovani comunisti empolesi e nel 1926, essendo già in vigore le Leggi eccezionali fasciste, passò al Partito comunista con l'incarico di vice responsabile regionale per la Toscana.
Ricercato dalla polizia, Scappini riuscì, sul finire del 1930, a riparare, con documenti falsi, a Parigi. Vi restò poco. L'anno dopo era alla "Scuola leninista" di Mosca e nel 1933 era già, clandestinamente, in Italia ad organizzarvi le lotte operaie e antifasciste. Arrestato a Faenza e deferito al Tribunale speciale, Scappini fu condannato a ventitré anni di reclusione. Ne scontò oltre nove, gran parte dei quali nel carcere di Civitavecchia, dal quale uscì per l'amnistia del 1942.
Arruolato nell'Esercito, Scappini diserta pochi mesi dopo e, ripresi i contatti col Centro interno del Partito comunista, è mandato a Torino a dirigere l'organizzazione comunista del Piemonte. Vi resta sino all'ottobre del 1943, quando passa a Milano, ma dopo aver lasciato a Torino un'organizzazione già attiva sia nella formazione dei primi GAP, sia nella costituzione delle prime bande partigiane.
Da Milano, nel novembre '43 si sposta a Genova, dove nel giugno 1944 è nominato responsabile del Triumvirato insurrezionale per la Liguria. Scappini tiene saldamente in mano l'organizzazione dei patrioti che si battono contro i nazifascisti, nonostante i numerosi arresti che coinvolgono anche la moglie, Rina Chiarini (che l'aveva sposato dopo aver atteso, per tredici anni, che il suo uomo tornasse in libertà).
Come responsabile del PCI e poi come presidente del CLN della Liguria, l'operaio empolese svolse un ruolo di primo piano nella condotta della guerra di liberazione nella regione, che si concluse, il 25 aprile del 1945, con la firma, nella allora sede della Curia arcivescovile a Villa Migone, dell'atto di resa ai partigiani italiani del generale tedesco Gunther Meinhold e dei suoi 30.000 soldati.
Nel dopoguerra Scappini ricoprì importanti incarichi nel PCI. Deputato e poi senatore per tre legislature, fu anche eletto tre volte consigliere comunale a Empoli e, nel 1985, a Genova. S'impegnò anche in Puglia e, finché è vissuto, ha dato un importante contributo all'attività dell'ANPI, dell'ANED, dell'ANCR e dell'ANPPIA, svolgendo anche, (spesso in collaborazione con la moglie, come nel volume Ricordi della Resistenza), una vasta attività pubblicistica. I testi, così come oltre 1.500 volumi della sua biblioteca, atti parlamentari, documenti di partito, sono ora raccolti, ad Empoli, nel "Centro di documentazione dell'antifascismo e della Resistenza", intitolato a Remo e Rina Scappini.

FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Andrea Scano

Nato a Santa Teresa di Gallura (Sassari) il 7 settembre 1911, deceduto a Novara il 2 ottobre 1982, bracciante.
Era accorso volontario nelle Brigate internazionali in Spagna e lì, durante la lotta contro Franco, aveva aderito al Partito comunista italiano. Scano, che era stato nominato commissario di battaglione, quando i combattenti antifranchisti dovettero lasciare la Spagna finì nei campi d'internamento francesi.
Vi restò dal 1939 al 1941, allorché fu consegnato alle autorità fasciste italiane, che lo confinarono subito a Ventotene. Riacquistata la libertà con la caduta di Mussolini, Andrea Scano fu, dopo l'8 settembre 1943, tra gli organizzatori della lotta armata a Genova. Commissario politico - con il nome di copertura di Elio - delle prime formazioni GAP attive nel capoluogo ligure, Scano passò successivamente tra i partigiani dell'Alessandrino, organizzandovi con Giacomo Buranello e Walter Fillak il 2° Distaccamento della 3a Brigata Garibaldi "Liguria".
Nel febbraio del 1944 Scano fu gravemente ferito in uno scontro con i nazifascisti, ma pochi mesi dopo, riprese la lotta come commissario politico della 108a Brigata Garibaldi "Paolo Rossi", che operò sino all'aprile del 1945 nella zona di Castelnuovo Scrivia. Nel dopoguerra lavorò nell'apparato del PCI e per un certo tempo fu attivo anche in Sardegna. Un periodo drammatico per Scano fu quello della contrapposizione tra la Jugoslavia di Tito - dove era espatriato clandestinamente per sottrarsi all'arresto per detenzione di armi - e l'Unione Sovietica di Stalin.
Internato dai "titini" all'isola Calva, ne fu liberato molto malato per i maltrattamenti subiti. A poco servì un suo successivo soggiorno, negli anni '70, in un "sanatorium" dell'Unione Sovietica. Tornato in Piemonte, il bracciante sardo vi visse in disparte sino alla morte.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Raimondo Saverino

Nato a Licata (Agrigento) nel 1923, fucilato a Borzonasca (Genova) il 21 maggio 1944.
Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, il ragazzo combatté col 241° Reggimento Fanteria "Imperia". Ferito in Grecia nel giugno del 1943, Saverino fu rimpatriato e, quando si fu ristabilito, assegnato ad una compagnia del reggimento, di stanza alla caserma "Piave" di Genova. All'annuncio dell'armistizio, il ragazzo si portò sulle alture di Genova. Raggiunti i primi partigiani della brigata «Cichero», che si andava costituendo al comando di Canepa ("Marzo"), e che sarebbe in seguito diventata la III Divisione Garibaldi, il ragazzo, assunto il nome di battaglia di «Severino», si distinse subito per il suo coraggio. Catturato una prima volta dai tedeschi durante un rastrellamento, riuscì a fuggire e a tornare alla sua formazione. Il 21 maggio del '44 "Severino" cadde di nuovo nelle mani dei nazisti, che lo catturarono sui monti della Rondanara, sopra Chiavari. Torturato e invano interrogato perché desse ai tedeschi informazioni sulla Resistenza ligure, fu caricato su un camion e portato sulla piazza principale di Borzonasca. Qui i nazisti lo fucilarono di fronte alla chiesa del paese. Il corpo senza vita del primo caduto della "Cichero", rimase tre giorni sulla piazza a scopo intimidatorio. In sua memoria, i partigiani liguri crearono la «Volante Severino», che avrebbe valorosamente combattuto sino alla liberazione di Genova. Oggi a Borzonasca la piazza è stata dedicata a Raimondo Saverino ed un monumento lo ricorda sulla facciata del Municipio.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Giuseppe Salvarezza "Pinan"


Nato a Sarizzola di Busalla (Genova) il 1° giugno 1924, caduto a Rovello di Mongiardino (Alessandria) il 15 dicembre 1944, contadino, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Alpino nel Battaglione "Pieve di Teco" di stanza a Cairo Montenotte (Savona), dopo l'armistizio e il conseguente sbandamento dell'Esercito italiano, tornò nella sua casa. Nell'inverno 1943-44, per non prestare servizio nell'esercito della repubblica di Salò, il giovane contadino decise di recarsi nel Chiavarese e qui si unì ad un gruppo di patrioti. Dopo essersi distinto in numerose azioni contro i nazifascisti, nel luglio del 1944 il giovane partigiano fu nominato comandante di un distaccamento e nel novembre successivo gli fu affidato il comando del Battaglione "Franchi" della Brigata "Oreste". Nel corso di un massiccio rastrellamento compiuto dai nazifascisti, nell'inverno del 1944, sulle pendici del monte Bossola, Salvarezza, durante uno scontro ravvicinato, fu ferito di striscio alla testa. Nonostante la ferita, il giovane decise di spostarsi con un gruppo di suoi uomini in località Variana di Alessandria, per compiervi un diversivo. Cadde durante l'azione e il suo nome di battaglia fu assunto dalla IV Divisione Garibaldi "Pinan Cichero", costituitasi subito dopo il rastrellamento. La motivazione della ricompensa al valore recita: "Giovane ventenne, comandante di una brigata partigiana, di eccezionale ardimento, di fronte ad un improvviso attacco da parte di preponderanti forze nazifasciste lanciava la sua formazione in un audace contrattacco che salvava le sorti della giornata trasformando la situazione, inizialmente sfavorevole alle nostre armi, in rotta disordinata del nemico. Ferito mortalmente alla fronte e al cuore incitava i suoi uomini a proseguire nell'impeto della lotta ed esalava lo spirito indomito per assurgere nel cielo degli Eroi, unanimemente pianto dalle popolazioni che videro il suo estremo sacrificio".
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Emilio Roncagliolo

Nato a Santa Margherita Ligure (Genova) il 1° agosto 1924, deceduto a Genova l'8 febbraio 2009, attivista dell'ANPI.
Aveva preso parte alla Resistenza in Liguria col nome di battaglia di "Lesta" e, per il contributo dato alla liberazione di Genova dai nazifascisti, era stato insignito della cittadinanza onoraria del Capoluogo ligure. "Lesta", vice comandante della Brigata Garibaldi "Berto", aveva combattuto con i partigiani di Aldo Gastaldi "Bisagno", di Giovanbattista Canepa "Marzo" e di Giovanni Serbandini "Bini". Dopo la Liberazione Roncaglio era andato ad abitare a Sestri; lì tutti lo conoscevano, anche per la sua passione di pittore dilettante e per la disponibilità a rievocare episodi della Resistenza, molti dei quali ricordati in libri sulla lotta contro i nazifascisti in Liguria. Nel volume La storia della Cichero è riprodotto un ritratto di Roncagliolo diciottenne che, nell'agosto del 1944, tenne testa per sette giorni con i suoi compagni a un massiccio rastrellamento nazifascista. Di lui si può ancora sentire una testimonianza, raccolta nel 1995, quando fu proiettato per la prima volta il documentario Le stagioni della Resistenza in dieci quadri e un prologo.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Paolo Reti

Nato a Fiume il 24 febbraio 1900, fucilato a Trieste nell'aprile del 1945, impiegato, Medaglia d'argento al Valor militare alla memoria.
Da giovane era stato un militante del Partito popolare. Dopo la caduta del fascismo Reti, che era occupato all'Ansaldo di Genova, si adoperò nella costituzione della Democrazia cristiana e, subito dopo l'8 settembre 1943, s'impegnò nella lotta clandestina. Militò, infatti, nell'Organizzazione Otto che, in Liguria, era impegnata ad aiutare i prigionieri Alleati a passare le linee, ad organizzare i "lanci" di armi alle nascenti formazioni partigiane e a passare informazioni agli Angloamericani.
Dopo aver contribuito alla organizzazione degli scioperi all'Ansaldo, Paolo Reti capì di essere stato individuato dalla polizia fascista e decise di trasferirsi con tutta la famiglia a Trieste. Qui divenne segretario del Comitato cittadino del "secondo CLN" di Trieste e poi, nel settembre del 1944, anche del "terzo", mantenendo in tale veste i contatti con il CLN Alta Italia. I frequenti viaggi a Milano dell'impiegato finirono per insospettire i fascisti che, quando riuscirono ad arrestare tutti i membri del "terzo CLN" di Trieste, nel febbraio del 1945 incarcerarono anche lui. Un intervento del vescovo di Trieste per salvarlo, non bastò per evitare la fucilazione di Reti il cui corpo, ai primi giorni di aprile, fu bruciato dai nazifascisti nella Risiera di San Sabba.
Per ricordare Paolo Reti, gli sono state intitolate strade a Trieste e a Genova.

FONTE A.N.P.I. NAZIONALE

Renato Quartini

Nato a Ronco Scrivia (Genova) nel 1923, fucilato a Cravasco (Genova) il 23 marzo 1945, disegnatore tecnico, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Era impiegato presso gli stabilimenti Ansaldo di Sampierdarena quando decise di combattere nelle file della Resistenza genovese. Entrato a far parte della Brigata "Buranello", che operava sull'Appennino ligure, partecipò a numerose azioni. Gli fu fatale l'audace tentativo di liberare, al comando di una Squadra del Fronte della Gioventù, un gappista ferito e piantonato dai fascisti all'ospedale San Martino. Sorpreso dai "Risoluti" della X Mas di San Fruttuoso, "Tino" (questo il nome di battaglia del giovane patriota), riuscì a coprire la fuga dei suoi compagni, ma ferito ad una gamba, che gli sarebbe poi stata amputata, fu catturato dai fascisti. La motivazione della massima ricompensa alla memoria, ricorda che Quartini "... impegnatosi per ordine superiore in un'impresa tanto ardita da apparire disperata, veniva sopraffatto dalle preponderanti forze nemiche. Benché seriamente ferito si attardava, cosciente del suo sacrificio, e riusciva a coprire con il fuoco la ritirata dei suoi uomini. Caduto in mani nemiche e subito brutalmente interrogato, manteneva fiero ed esemplare contegno, nulla rivelando. Subiva poi l'amputazione di una gamba, sopportando con stoicismo due successivi interventi chirurgici a poche ore di distanza. Subito rinchiuso in malsana cella, manteneva fermo il cuore per nove mesi di dure sofferenze. Condotto a morte, aveva ancora l'animo di facilitare, durante il trasporto in autocarro, la fuga di due compagni. Imbestialiti i tedeschi gli toglievano le stampelle e lo costringevano ad arrampicarsi sui fianchi di un monte sino al luogo dell'esecuzione, lui, privo di una gamba e coi polsi incatenati. Duro calvario di martirio e di gloria affrontato con la fierezza dei forti e nel nome d'Italia". A Genova, dove a Renato Quartini hanno intitolato un strada, organizzano anche una gara podistica che porta il nome del ragazzo.
FONTE A.N.P.I. NAZIONALE