Ente Morale D.L. 5 aprile 1945, n. 224

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"Senza diritti, scienza e lavoro il progresso del nostro Paese è a rischio"


Discorso di Elena Cattaneo, Docente della Statale di Milano e Senatore a vita, alla celebrazione del 25 aprile in Piazza Duomo a Milano.
ELENA CATTANEO
Prima di riuscire a salire su questo palco ho trascorso giornate a cercare nei libri sui quali sono solita studiare, di genetica, di biologia, di neuroscienze per trovare spunti, meccanismi che mi aiutassero a capire come presentarmi qui oggi, in questa piazza, in una giornata così significativa.
Inutile dire che non ho trovato niente. E che non è facile per una persona come me abituata a lavorare su ciò che è infinitamente piccolo e invisibile anche solo sollevare lo sguardo verso questa piazza e indirizzarlo verso momenti che non ho vissuto ma che ho studiato. Posso quindi solo presentarmi a voi per quello che sono. Sono una scienziata, un professore universitario, qui alla Statale di Milano, sono una donna, una mamma, una cittadina di questo Paese.
E sento che questo Paese e chi lo ha abitato per anni prima di me ha consegnato a me e a molti più o meno giovani di me una grande fortuna: quella di svegliarci ogni mattina nella parte più bella del mondo. Ma anche la garanzia che non sapremo mai cosa significa lo scoppio di una bomba a pochi metri o che non vedremo mai nessuno dei nostri figli salire su una zattera per affrontare un mare immenso in cerca della liberazione. A noi questa fortuna è stata data. Ci è stata data insieme a una seconda grande fortuna, che è la possibilità di leggere, di studiare, di impadronirci di pezzi di conoscenza nel Paese che vanta più cultura al mondo. Senza però dimenticarci che con la cultura e lo studio viene anche il privilegio (oltre all’onere) di sottoporre le proprie idee alla verifica delle fonti e dei risultati dimostrabili. 
Ecco io comincio ogni mattina conscia di queste due fortune e con un senso di gratitudine perché il mio bicchiere è già mezzo pieno senza che io abbia fatto nulla per meritarlo. È anche per questo motivo che credo che il mondo sia prima di tutto degli altri e poi mio e che impegnarsi sia un dovere.
Nel passato le cose stavano diversamente. Per insegnare dovevi giurare fedeltà. Al Re prima e al fascismo poi. Nel 1931 fu imposto a tutti i professori universitari di giurare fedeltà anche al regime fascista e a Mussolini. Erano state aggiunte solo tre parole rispetto al giuramento che comunque già bisognava fare al Re: Per due volte era ripetuto “Al Regime fascista”. 
Dodici professori su 1225 rifiutarono palesemente di prestare questo giuramento e persero la cattedra. Perdere l’insegnamento significa perdere il rapporto con gli studenti. È come strapparti il cuore. Alcuni altri non giurarono sottraendosi con modalità diverse. Un certo numero si era già defilato prima dall’Italia.
Questi i loro nomi: Mario Carrara, Lionello Venturi, Gaetano De Sanctis, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Ernesto Buonaiuti, Giorgio Errera, Vito Volterra, Giorgio Levi della Vida, Fabio Luzzatto, Francesco Ruffini e suo figlio Edoardo, il più giovane di tutti. Aveva 30 anni ed era all’inizio della sua carriera universitaria, insegnava storia del diritto.
E’ un dovere ricordare chi ha contribuito, con le sue azioni, a lasciarci un’Italia libera e democratica. Loro hanno combattuto senza armi. Lo hanno fatto con il modo che conoscevano meglio: tenendo accesa la fiaccola della conoscenza che non poteva essere piegata a nessun totalitarismo.
E’ dalla storia di un Paese che si deve partire per costruire il futuro. E’ la storia da cui partire per ricordare le emozioni, le conquiste, gli errori da non fare più, per trovare ispirazione, moniti, coraggio.  
Tra gli oltre mille che giurarono vi furono alcuni nomi capitali della nostra storia che lo fecero «per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà», per impedire che le loro cattedre - secondo l'espressione di Luigi Einaudi - cadessero «in mano ai più pronti ad avvelenare l'animo degli studenti».
Altri accademici vicini al comunismo giurarono con la giustificazione che il prestare giuramento permettesse loro di svolgere “un'opera estremamente utile per il partito e per la causa dell' antifascismo”. Analogamente, la maggior parte dei cattolici, su suggerimento di Papa Pio XI, prestò giuramento «con riserva interiore». 
Quel Giuramento di fedeltà al fascismo fu imposto anche nella Pubblica Amministrazione e nelle industrie più importanti: a chi si rifiutava veniva spedita una lettera di "licenziamento in tronco".
Come molti storici mi insegnano non bisogna guardare alla storia come a qualcosa fatta da soli eroi, anche se questi esistono. È più autentico e aderente al reale vedere come le varie categorie di persone hanno opposto resistenza al Fascismo lungo un continuum , che va dal non partecipare ad alcuna attività politica fascista sino all’opposizione e al carcere, come Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Eugenio Colorni, Sandro Pertini, la cui storia di resistenza, lotta, carcere in opposizione al nazifascismo fu ovviamente enorme.
Queste persone rimangono figure abbaglianti. Sono esempi di puro fulgore morale.
Si deve cercare nella storia delle persone esempi, cioè scelte a cui guardare e da cui imparare. Io cerco di farlo, senza nemmeno lontanamente pensare di potere rivivere la forza morale di coloro che hanno fatto la Resistenza, che è cosa alta e d’altri tempi. Però sono curiosa per i ragionamenti di chi va oltre la contingenza personale, e in essi cerco la coerenza e la dirittura morale. Cerco di capire quale coraggio abbia spinto, sollecitato, sorretto quelle persone. Come hanno potuto e saputo organizzarsi proprio nella nostra città, Milano, nell’aprile del 1945, quelle persone per insorgere e liberarla. Mi interessa capire come hanno potuto immaginare e saputo credere di potere cambiare la storia di questo Paese in meglio. Ciascuno di loro era uno solo. Ma erano uniti da un senso di appartenenza a questo Paese che non potevano vedere trattato in quel modo.
Quegli esempi animano in modo analogo il mio lavoro, perché vorrei anch'io, come tanti altri colleghi, tenere accesa, idealmente, la stessa fiaccola che i docenti universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e tutti i cittadini che lo sconfissero non hanno lasciato spegnere più di 70 anni fa.
Mi occupo di scienza e del suo insegnamento. Ho il compito, con i miei colleghi, di costruire la conoscenza, quella che non è ancora scritta nei libri di oggi e che sarà rifinita su quelli di domani. Ho il compito di promuovere i saperi, di contribuire a dare speranze. Anche di fare da sentinella rispetto a tutte le situazioni che mirano a manipolare e piegare i fatti a interessi di parte e che, così facendo, mettono a rischio la libertà, prima di tutto il resto.
Amo il mio lavoro. E penso che possa insegnare un comportamento di vita salutare. Perché insegna che l’onestà nella vita di una persona è tutto, che ogni lavoro fatto onestamente è fondamentale; che impegnarsi è un dovere. Questo lavoro mi ha insegnato ogni mattina a partire come se stessi andando sulla luna, tante volte senza nemmeno sapere dove sia la luna. Mi ha fatto capire che le mie idee, quelle che ho più fortemente amato, possono essere sbagliate.
E quindi mi ha insegnato un metodo per verificare se sono giuste o sbagliate. Il metodo consiste nel mettere alla prova le idee facendo degli esperimenti. Cioè nel portare quelle idee al bancone del laboratorio, dove devo mettere in fila tutti gli esperimenti che riesco a immaginarmi, per capire quali tra le mie aspettative sono sbagliate. E quali rimangono temporaneamente in piedi.
Il mio lavoro mi ha insegnato cosa significhi fallire. Ma anche a esplorare luoghi dove nessuno era mai stato prima. E dove hai due possibilità. Scappare o resistere. Nei nostri laboratori noi impariamo a resistere sperando in un traguardo per poi magari vederlo svanire e infine raggiungendolo proprio per non avere mai rinunciato a cercarlo.
Parlo di un lavoro che insegna a costruire con altre persone, ovunque siano nel mondo, e con loro a coltivare il battito della speranza che non dà tregua, ma anche l’orgoglio di una professione che ogni giorno sembra capace di risvegliare una delle parti più pure e passionali degli uomini.
Dobbiamo parlare di più di scienza, di speranza, di cultura nel nostro Paese. Dobbiamo riuscire a mettere politica, scienza, cultura nelle stesse aule. Penso sia importante per il Paese. Perché la scienza insegna il rispetto per l’oggettività dei fatti, la tolleranza verso punti di vista diversi, il rifiuto dell’autoritarismo. La scienza può insegnare a diventare cittadini migliori perché insegna a rispettare le prove, ad amare ciò che uno conquista e tutti poi possono usare, a rifiutare le menzogne, a resistere ai compromessi che riducono la libertà, a combattere gli abusi.
Un tempo pensavo che fare lo scienziato significasse “solo” stare in laboratorio e invece ho capito che la parte più importante della scienza è la sua dimensione pubblica, e questa piazza lo dimostra. Lo scopo è uno: conoscere per dare ad altri. 
Si deve discutere di tutto. Non puoi rinunciare a percorrere nuove strade quando ti trovi alla frontiera. Quindi impari a dissentire ogni volta che qualcuno vuole impedirti di studiare o di andare in una direzione ignota, sentendone quasi fisicamente la necessità, quando serve e tutte le volte che i fatti vengono manipolati.
Ecco la fiaccola che tutti noi dobbiamo tenere acceso. È la fiaccola dei fatti accertati e accertabili. C’è la realtà, e poi basta. Non è solo un fatto di scienza ma anche di civiltà.
Tra gli esempi di vita del nostro passato, guardo anche a quella degli scienziati che hanno scoperto per tutti e contro tutti. E oggi voglio ricordare anche la vita non facile di uno scienziato che ha visto coronata la sua lunga carriera con il massimo riconoscimento possibile, sia in ambito scientifico sia in ambito politico.
Era uno scienziato ebreo in un Paese totalitario governato da razzisti; aveva deciso di rifiutare la vita classica fatta di casa e famiglia per dedicarsi alla vita di laboratorio; aveva combattuto contro il padre per avere ciò che le spettava, la possibilità di studiare. Questo scienziato, lo avrete capito, era una ebrea nell’Italia fascista delle leggi antirazziali; era una donna nell’Italia maschilista degli anni 30, dove alle donne era preclusa la vita accademica.
E’ la scienziata Premio Nobel e Senatrice a vita che scoprì l’esistenza delle neurotrofine, Rita Levi Montalcini. Un esempio per tutti noi, un esempio degli inestricabili rapporti tra libertà politica e libertà della ricerca scientifica. Rita fu allieva del grande anatomista Giuseppe Levi, all’Università di Torino. Insieme a lei, Levi fu maestro anche degli scienziati Renato Dulbecco e Salvador Luria, anche loro riconosciuti nel loro lavoro con il Premio Nobel. Un maestro, tre premi Nobel. Una storia unica al mondo e che probabilmente resterà unica per i secoli a venire.
E allora penso a questo. Penso che a volte capita di essere un po’ pessimisti e di considerare il nostro Paese senza speranza e quindi chiudersi in se stessi. Ma è questa nostra storia di cittadini, di uomini di cultura, di instancabili partigiani della ragione a dirci che non possiamo. Perché la terra che calpestiamo è stata la terra di grandi scienziati e illuminati pensatori, in tutte le discipline. E anche io voglio partecipare a questo Paese, con ciò che so meglio fare, che è lo studio delle cellule del cervello e di una specifica malattia, per sperare di poter contribuire a vincerla. L’entusiasmo è ancora tutto qui, ti fa aprire la porta del laboratorio di ricerca ogni mattina come se avessi 20 anni e come se volessi cambiare il mondo. Che è poi quello che cerchiamo di fare ogni giorno nei nostri laboratori. Vincere sfide di conoscenza e malattie.
Ecco perché non posso accettare limitazioni della libertà e dei diritti sullo sviluppo della società.
Cosa significa dunque festeggiare la Liberazione per una porzione importante della società che è il suo sviluppo scientifico e tecnologico, per una porzione di società che vuole assicurarne il cammino verso il progresso?
Significa in primo luogo ricordarsi che Diritti, Progresso e Libertà non arrivano da soli ma bisogna costruirli: cioè progettarli e poi convincere la politica che si possono realizzare. In secondo luogo che Diritti, Progresso e Libertà, una volta acquisiti, vanno anche difesi.
In questi otto mesi in cui ho fatto anche la Senatrice a vita, accettando con tutta l’umiltà possibile, con tutta la devozione e l’impegno possibile, senza mai trascurare il laboratorio, mi sono più volte chiesta come potevo promuovere la ricerca dei fatti, la verifica e l’attendibilità delle proposte scientifico-tecnologiche disponibili sul campo, e quali erano quelle utili al Paese.
La risposta che mi sono data è che queste cose diventavano raggiungibili solo “liberando ogni possibilità di indagine” e facendo si che i diritti non fossero calpestati.  Ci sono tante battaglie da fare. Una è già stata quasi vinta, contro la legge 40. Una legge basata su limitazioni ideologiche e cieche, che tanto male ha fatto a tante coppie. Ma le battaglie non sono finite. Sentiamo da più parti insensati attacchi contro la vaccinazione. Alcune regioni vorrebbero uscire dal programma nazionale delle vaccinazioni infantili. Non c’è un solo dato che provi la nocività dei vaccini. Tutto dice il contrario, e se oggi l’umanità è libera dalle pandemie che l’hanno falcidiata come il vaiolo, la difterite e la poliomielite, lo dobbiamo ai vaccini. In questo paese non si può quasi parlare, discutere e cercare le prove scientifiche su un altro tema importante, quello degli ogm. I divieti stanno creando gravi problemi al settore agroalimentare, in drammatico deficit da decenni. Rinunciare pregiudizialmente all’ogm è un atteggiamento miope. 
Certo, noi non siamo tedeschi, neppure inglesi o francesi e spesso agiamo spinti dai sentimenti prima che dalla razionalità. Ci spinge un sentimento di umanità, non per niente siamo la patria dell’Umanesimo. Spesso è un bene e una nostra forza. Ma non siamo tedeschi, francesi o inglesi nemmeno quando dovremmo reagire contro chi ne approfitta. Per questo gli italiani hanno bisogno, più di altri, che ci siano delle sentinelle, per loro, nei luoghi della politica.
Mi avete permesso e dato l’onore di dire molte cose. Vorrei quindi concludere. Mi sono riferita al nazifascismo e alla fiera opposizione che la migliore Italia ha saputo manifestare. Ho parlato di quello che conosco meglio, della scienza, di storie di scienziati, di diritti come esempio emblematico della responsabilità che ha la cittadinanza, che abbiamo noi, anche noi qui in questa piazza, di difendere il progresso nostro e delle future generazioni.
Ma il progresso passa soprattutto attraverso il lavoro. Senza diritti, scienza e lavoro il progresso del nostro Paese è a rischio. Tra le varie libertà c’è anche quella di avere un lavoro, e fare ricerca è un lavoro. Questo è qualcosa che come scienziata sento molto: le nuove generazioni non devono essere obbligate a espatriare per fare della buona ricerca. L’estero deve essere una grande possibilità formativa, non un destino per la sopravvivenza.
In laboratorio e in Senato lavorerò per un Paese più libero da oscurantismi antiscientifici, per un Paese che abbia più libertà e lavoro, per un Paese che torni ad avere la speranza per il futuro che il suo passato merita. E con me, in quel Parlamento e fuori, so, perché vi vedo ora, che ci sono tante altre sentinelle pronte a scongiurare il rischio di tornare a quel passato buio da cui i nostri nonni e genitori ci hanno liberato.
FONTE: A.N.P.I. NAZIONALE

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